lunedì, maggio 22, 2017
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Quello che sta accadendo sui mercati finanziari mondiali dall'inizio 2016 era largamente atteso e previsto, almeno da chi ha uno sguardo un po' più completo sull'andamento dell'economia globale. Chi ci segue conosce bene il nostro mantra e il crollo (che ancora probabilmente non è terminato) delle quotazioni dei titoli finanziari non è un fenomeno inatteso. Brutto, doloroso, preoccupante ma inatteso certamente no. Per spiegare cosa sta effettivamente accadendo bisogna togliere di mezzo le fesserie propinateci ogni giorno dalle tv generaliste e dai giornaloni di sistema ed andare un po' più in là. Tra le pieghe dei crolli di borsa, tra le dichiarazioni di banchieri, bancari e banchisti ogni tanto si sente una parola, importante ma alquanto esotica. La parola si chiama deflazione.

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Per tutti coloro che si illudono che le cose andranno sempre meglio, che le magnifiche sorti saranno inevitabilmente anche progressive ogni tanto un brusco richiamo alla realtà fa bene. I cambiamenti, tellurici, sono vicini ma in Italia soprattutto continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia. Ci affidiamo, con entusiasmo addirittura, ad un personaggio improbabile in qualsiasi stato civilizzato come il cazzaro Renzi, uno che maschera con l'ottimismo di una volontà chiassosa il pessimismo totale soprattutto sulla sua intelligenza. Dal 2011, dai tempi del curatore fallimentare e schiattamorto Monti ci stanno parlando di una ripresa imminente, arrivata, sopraggiunta, portentosa. Ma nella vita quotidiana della stragrande maggioranza degli italiani di questa ripresa non si è sinora vista alcuna traccia.

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Nonostante qualche fiammata non è un grande momento per i mercati finanziari globali. Il focus è sulla Cina e sui mercati emergenti, che dopo una corsa apparentemente senza ostacoli, oggi sono visti quasi come dei veri e propri bidoni. La verità, come sempre, sta nel mezzo. Pretendere che la Cina potesse continuare a tassi di crescita ultraventennali dell'8% è pura follia. La dirigenza cinese però ha alimentato questa sensazione, specie foraggiando le aziende di stato e innescando una folle corsa dei prezzi immobiliari. Al netto del calabrone, che sfida la forza di gravità, le cose poi tornano alla loro normalità e questo è quello che sta accadendo anche in Cina. Tassi di crescita più normali, superamento dei fortissimi squilibri macroeconomici venutisi a creare, terapie di sgonfiamento delle bolle del credito e degli immobili. La Cina sarà questo per i prossimi anni e siccome è un paese abbastanza ordinato dovrebbe riuscire con dolore ma senza traumi violenti ad imboccare questi sentieri.

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Con la Borsa di Pechino chiusa i mercati finanziari si concedono una pausa. La Cina festeggia la vittoria sul Giappone 70 anni fa, vittoria per la quale si batterono i nazionalisti oggi al governo a Taiwan ma non i comunisti di Mao che poi presero il potere nella Cina continentale. Ma tant'è. La Cina mostra i muscoli con una mega parata militare per far comprendere visivamente che ormai parliamo di una superpotenza. L'America è avvertita, anche se tra i due eserciti, nonostante l'esplosione del budget militare cinese, c'è ancora un abisso. Come c'è tra le due economie. E' vero che la Cina ormai ha un prodotto interno lordo da primato ma è abitata da un miliardo e più di esseri umani. E se si calcola il prodotto interno lordo per abitante la realtà trionfa sul mito: quello americano è di un fattore dieci superiore.

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Tanto tuonò che piovve. Anzi diluviò. Anzi, si scatenò un vero e proprio uragano. La temuta, ma attesa, correzione dei titoli finanziari mondiali è arrivata. Rosso da brivido, per giorni e giorni su tutti le principali piazze mondiali. Epicentro del terremoto la Cina, con Shangai in caduta libera e irrefrenabile. Ma la Cina è solo un pezzo del puzzle, è stata l'innesco ma non l'unica ragione della crisi. Come dicevamo da tempo il sistema economico mondiale, largamente affidato alla finanza e ai mercati finanziari non è in equilibrio. Cosa vuol dire questo? Che i prezzi con cui si scambiano le attività non corrispondono al valore reale delle medesime.

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Ormai è quasi un abitudine. I mercati asiatici, in particolare quello cinese,stanno inanellando una serie di crolli borsistici e finanziari ed anche oggi non si fa eccezione. Shangai chiude con un bel meno 4,3% dopo percentuali anche più pesanti nei giorni scorsi. Cosa sta accadendo? Quello che noi avevamo già previsto da un po'di tempo: i prezzi dei titoli finanziari sono troppo alti rispetto alla realtà alquanto deprimente dell'economia reale, l'instabilità geopolitica mondiale (in particolare l'estremismo vincente dei vari califfi mediorientale) diminuisce la fiducia degli operatori sul mercato.

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I mercati, si sa, lavorano sulle attese e poco sulle notizie,dandole già per scontate. E oggi sono preoccupati, perché non sanno se Tsipro Tsipras riuscirà a far digerire, nelle 48 ore, al Parlamento ellenico l'ennesimo bidone riservatogli dalla Germania e dall'elite finanziaria al governo in Europa e nel mondo. Peccato, perché se fossimo nei panni dei signori in grisaglia che governano le nostre povere vite oggi potremmo davvero definirci giubilanti. Dopo Cuba, monumento alla resistenza anticapitalistica poco significativo, però, sul piano dell'economia reale, anche l'Iran ha dovuto capitolare. Con l'accordo sul nucleare di Ginevra anche gli oppositori del grande Satana hanno deposto il turbante: l'America e la finanza delle riunioni all'Hotel Savoy di New York eliminano anche il nemico Teheran, lo normalizzano e lo rendono inoffensivo.

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Cosa accade adesso? Questa la domanda più ricorrente all'esito del referendum tenutosi domenica in Grecia. La risposta più probabile? Boh. Con il rifiuto del popolo ellenico della ennesima ricetta avvelenata proposta dai tedeschi e dai loro corifei si entra in un territorio completamente sconosciuto. Tecnicamente laCgrecia dovrebbe essere dichiarata fallita, o in default come si preferisce dire in modo politicamente corretto ma questo, riguardando uno Stato di 10 milioni di persone che adotta la stessa moneta dei creditori non è esattamente semplice. Non è la stessa cosa dichiarare il fallimento di un lattoniere oberato dai debiti e dichiarare il default di uno stato membro dell'eurozona. C'è poi un discorso politico che va beno oltre le questioni tecniche e bancarie. Il voto di ieri è stato il primo, fondamentale, momento formale nella rivoluzione contro l'attuale sistema di governo dell'economia e della finanza mondiale.

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Come volevasi dimostrare la Germania si avvia a vincere la propria battaglia contro i  greci e contro Tsipras, reo di aver sfidato le regole auree che la Germania ha imposto all'Europa (il debito pubblico è un male in assoluto, se sgarri a pagare i debiti ti bruciamo la casa). La classica vittoria di Pirro, la classica vittoria alla tedesca, una nazione che ha da secoli abolito la parola ragionevolezza dal suo vocabolario. Le conseguenze sono chiare a tutti. Indipendentemente da come andrà il referendum di domenica ad Atene, l'ortodossia tedesca sarà premiata. Ma sarà premiata su un cumulo di macerie. Questa Europa non funziona, e il crack greco non farà che acuire l'insofferenza delle popolazioni per una costruzione di cui si vedono solo i lati negativi (tasse, disoccupazione, classi politiche prive di qualsiasi visione, immigrazione selvaggia e non gestita dal potere pubblico) e non quelli positivi.

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Niente da dire. I soldi da qualche parte devono pur finire e i mercati, Grecia o non Grecia, devono pur guadagnare. Nel grande circo Barnum della finanza mondiale le logiche proprie dei soldi sfuggono (ma solo fino ad un certo punto) alle logiche della realtà economica. E quindi, con la Grecia fallita, con l'Europa fallita, con una leadership europea fallimentare i mercati provano in ogni caso a darsi coraggio. E per questo oggi il Ftsemib in apertura sale di quasi un punto percentuale, il Dax segue a ruota. Come ha detto, in una splendida intervista di Antonello Caporale il politologo Giovanni Sartori “solo uno come Romano Prodi poteva pensare che allargando l'Europa a paesi inconsistenti si potesse vedere edificato il mondo nuovo”. Per Sartori, ma anche per noi, Obama è solo un'incapace di quattro soldi (che l'America ha pure rieletto e meno male che c'è il vincolo di due mandati), Papa Bergoglio è un furbacchione argentino (e forse Sartori qui esagera un tantino) mentre Renzi viene demolito con un ricordo di un vecchio episodio.