Non sempre il record di occupati è una buona notizia

Gli Istituti di analisi e la pubblicità governativa riportano che il dato della disoccupazione è ai minimi dal 2004, non perché lavorano più persone ma perché sono aumentati gli inattivi ed è diminuito il numero di chi cerca un’occupazione.

Il tasso di disoccupazione a novembre 2024 è sceso al 5,7%, mai così basso dal 2004, quando l’Istat iniziò a calcolarlo.

Il dato se analizzato da solo è fuorviante; poichè la disoccupazione, così come viene misurata, può scendere anche quando il lavoro non cresce davvero, quando la qualità dell’occupazione peggiora o quando una quota crescente di persone semplicemente smette di cercarlo.

I dati pubblicati dall’Istat a novembre 2025 mostrano una dinamica più ambigua di quanto suggerisca il record; nello stesso mese il numero degli occupati diminuisce di circa 34mila unità -0,1%-, mentre gli inattivi aumentano di oltre 70mila persone tra i 15 e i 64 anni, cioè chi non lavora e non cerca attivamente un impiego.

In poche parole meno persone lavorano e molte più persone escono dal mercato del lavoro, questo spostamento contribuisce in modo decisivo al calo della disoccupazione al 62,6% (- 0,1% rispetto a ottobre), cosi che il tasso di inattività sale al 33,5%.

Per essere considerati disoccupati non basta non lavorare: bisogna cercare attivamente un impiego ed essere disponibili a iniziarlo in tempi brevi, chi rinuncia alla ricerca, anche scoraggiato o in attesa di condizioni migliori, diventa inattivo e scompare dal tasso di disoccupazione.

I politici lo raccontano come un successo, ma è solo uno spostamento di confini statistici e questo dice molto sullo stato del mercato del lavoro italiano, segnalando un rallentamento più che un rafforzamento.

La dinamica trimestrale conferma il quadro: confrontando il periodo settembre-novembre con il trimestre precedente, il numero degli occupati risulta sostanzialmente stabile, mentre diminuiscono le persone in cerca di lavoro e aumentano gli inattivi.

La definizione di occupato è molto ampia: basta aver lavorato anche una sola ora nella settimana di riferimento per essere conteggiati, per cui i dati sull’occupazione non dicono nulla sulle ore lavorate, sulla stabilità dei contratti o sui salari.

Un aumento di lavori brevi, discontinui o in part time involontario può migliorare le statistiche senza migliorare davvero le condizioni di vita delle persone.

Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha visto crescere l’occupazione soprattutto nelle fasce più fragili, mentre resta elevata la quota di persone che lavorano meno di quanto vorrebbero o che restano ai margini del mercato ed anche a novembre, la riduzione mensile degli occupati riguarda principalmente il lavoro dipendente, mentre gli autonomi risultano sostanzialmente stabili.

Su base annua il quadro è un po’ meno negativo, ma non risolve il problema, rispetto a novembre 2024 gli occupati aumentano di 179 mila unità, pari a una crescita dello 0,7%, concentrata soprattutto tra i lavoratori con almeno 50 anni.

Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti in un anno, ma resta basso nel confronto europeo.

A novembre, secondo Eurostat, la disoccupazione era al 6,3% nell’area euro e al 6% nell’Unione europea, oggettivamente, sono livelli più alti di quello italiano, ma la differenza è che negli altri paesi europei lavorano molte più persone, ed è questo il vero divario che penalizza l’Italia: ha meno disoccupati in proporzione, ma anche meno persone che lavorano, soprattutto tra giovani e donne.

Nel 2004, quando Istat iniziò a calcolare il tasso di disoccupazione, l’economia italiana era diversa; la disoccupazione era più alta, intorno all’8%, ma il mercato del lavoro era più dinamico, il tasso di occupazione era più basso di oggi, poco sopra il 57%, ma stava crescendo insieme alla forza lavoro, sempre più persone entravano nel mercato del lavoro e una parte rilevante riusciva a trovare un impiego, la disoccupazione era elevata perché molte persone cercavano lavoro, non perché restano fuori dal mercato.

Allora il problema era assorbire una forza lavoro in (leggero) aumento; oggi è riportare nel mercato chi ne è uscito o non ci è mai entrato,  è questo cambiamento a preoccupare più che il livello del tasso di disoccupazione.

Alfredo Magnifico

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