Lingua italiana dispersa disperde democrazia

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Renzi ha invocato per le scuole il ‘ritorno al dettato e ai riassunti’ e parte della categoria docenti e associazioni varie sono insorte sentendosi lese dal giudizio, ritenuto finanche illegittimo, del Presidente del Consiglio dei Ministri. Alle sue parole hanno risposto rispolverando il grandissimo don Milani, utilizzato ad arte come muro contro cui far rimbalzare il giudizio di Renzi, tacciato per classista e obsoleto.  In verità il pensiero di Renzi è il medesimo di tanti cittadini e moltissimi insegnanti, che sono a favore del dettato, dei pensierini e dei riassunti alle elementari sino a far apprendere , man mano, a sviluppare periodi di senso compiuto e personali: i temi; molti sono a favore della costante applicazione delle regole linguistiche anche attraverso le tre famose colonne di analisi grammaticale, logica e del periodo da dover ripetere alle scuole medie con regolarità , nell’idea che oggi questi tre anni risultano spesso deboli e sfilacciati soprattutto dal punto di vista della competenza linguistica.
Ma anni fa sapienti pedagogisti , linguisti e insegnanti lanciarono una crociata contro queste ‘vecchie operazioni linguistiche’ e in nome del nuovo , sotto la bandiera del superamento di obsolete visioni che sottomettevano l’italiano al latino e che ingeneravano ab origine divisioni tra le classi sociali e creavano divari tra licei, tecnici e professionali, hanno condotto a quel che oggi è il frutto del loro pensiero e del loro lavoro: un abbassamento generale dei livelli di competenza linguistica, la conservazione di rigidi dislivelli tra gli indirizzi di scuola, soprattutto al sud, il rischio di di una proletarizzazione del ceto medio anche dal punto di vista culturale, in piena adesione , guarda caso, al dettato del sistema capitalistico che ha allargato la forbice tra ricchi ( i meno) e poveri (sempre di più ) , concorrendo a rendere difficile la mobilità sociale.
Il paradosso risiede cioè nel fatto che in nome di una scuola democratica si sia contribuito ad attentare alla democrazia medesima.
Si rifletta, infatti, su un dato oggettivo: a scuola vanno meglio i ragazzi che provengono da famiglie ‘agiate’, nelle quali si usa un registro linguistico corretto e si presta attenzione all’educazione culturale in senso lato, anche attraverso sollecitazioni diverse da quelle squisitamente scolastiche. Ergo, il successo degli studenti italiani è assicurato più dalla nascita che dalla scuola. Tra l’altro è ancora assai forte il tasso di dispersione scolastica proprio tra i ragazzi appartenenti alle fasce socio-economiche svantaggiate.
Si rifletta poi su un altro dato : sulla lingua italiana poggia il successo formativo dei discenti; su essa si basa infatti l’insegnamento di tutte le altre discipline ( dalla storia alla matematica, dalle scienze alla informatica…..sino al latino per chi lo sceglie e lo apprezza), così come tutte le discipline concorrono ad ampliare e sostenere la lingua italiana anche attraverso il loro lessico specifico; non a caso l’Europa pone come prima competenza-chiave l’apprendimento della madrelingua .
Insomma è indubitabile che il saper pensare e comunicare si realizza compiutamente con le lettere dell’alfabeto. Direbbe il grande Roth che esse sono ‘quanto mi hanno dato al posto di un fucile’. La democrazia può , dunque, reggere solo su una vera e sana istruzione linguistica, che ponga il ragazzo nella condizione di capire quel che legge e di saper adeguatamente e liberamente esprimersi . Saper leggere la complessità del presente, nell’era della globalizzazione, di internet e dei media, ha bisogno di spiccato senso critico e il saper giudicare, soppesare, valutare può realizzarsi a partire dal possesso della lingua. Insomma sapere la nostra lingua è un’inderogabile necessità democratica.
La scuola , che ha avuto in passato un estimabile valore come scuola di massa e come baluardo della democrazia, pare oggi in crisi nello svolgimento della sua missione.
Di fronte alle nuove sfide e alla complessità dell’attuale scenario storico, la scuola deve saper ridare linfa al suo vero compito: saper sopperire e concorrere a superare il gap socioculturale legato all’estrazione familiare, deve mostrare meglio e di più di essere interclassista e inclusiva davvero , capace cioè di riconoscere il livello di partenza di ciascun alunno tanto da saper promuoverne e valorizzarne il miglioramento. La scuola non è un’azienda. In quest’ultima si scelgono i migliori, nella scuola si devono scegliere tutti e bisogna mettere in moto un circuito virtuoso che ponga ciascuno in condizione di dare il meglio e crescere sino al conseguimento degli obiettivi di eccellenza così come a quelli minimi e dignitosi; tutto ciò parte dal Re-investire nell’italiano perché ciò significa dunque re-investire nella democrazia. Don Milani a questa scuola inclusiva credeva e oggi avrebbe avuto un soggetto a cui dar riguardo e centralità : i bimbi degli immigrati, nostri concittadini, a cui dover dare strumenti innanzitutto linguistici. Al di la’ delle attuali polemiche c’è poi ,fortunatamente , ancora la scuola buona, quella che continua a credere e a lavorare a favore degli studenti e della democrazia , puntando innanzitutto sulla competenza linguistica . Il tema è politico, sottende a una visione politica e Renzi è legittimato eccome a dare il suo giudizio, piaccia o meno.
Adele Fraracci

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