Solenne chiusura diocesana dell’anno giubilare a Termoli

La Chiesa di Termoli-Larino ha concluso l’anno giubilare dedicato alla Speranza a livello diocesano. Le solenni concelebrazioni si sono svolte in concomitanza con quelle delle altre Diocesi d’Italia, in attesa della solenne liturgia che Papa Leone XIV presiederà in Vaticano il 6 gennaio 2026 con la chiusura della Porta Santa nella Basilica di San Pietro. Il vescovo, S.E. Mons. Claudio Palumbo ha presieduto l’Eucaristia sabato 27 dicembre 2025 nella Concattedrale di Larino e domenica 28 dicembre, nella Cattedrale di Termoli, Festa della Santa Famiglia in cui gli sposi hanno rinnovato anche le promesse matrimoniali. Un’esperienza di misericordia e di incontro con il Signore al termine di un anno intenso di preghiera, riflessione e sinodalità che ha coinvolto, in vari momenti, la chiesa locale a livello parrocchiale e diocesano come “pellegrini di speranza” nella chiesa universale.  “Come un solo popolo –  si è ricordato durante la santa messa – abbiamo elevato la nostra lode di ringraziamento e la nostra supplica a Dio, unendoci a coloro che spesso non hanno voce davanti agli uomini ma che il Padre ascolta e riconosce come figli prediletti: i malati, gli anziani, i detenuti, i poveri. Per mezzo dell’indulgenza giubilare il Signore ha fatto fluire un fiume di grazia e di benedizione. A tutti ha donato la sua speranza e la sua pace, ha irrobustito le mani fiacche, ha rinsaldato le ginocchia vacillanti, ha detto a ciascuno di noi: coraggio, non temere!”.

Di seguito l’omelia pronunciata domenica 28 dicembre 2025, festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, dal vescovo Claudio Palumbo.

Domenica della Santa Famiglia 2025 (A)

Cari fratelli e sorelle,
la preghiera iniziale della Santa Messa di oggi, Domenica
della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ci offre una
buona notizia. Il Signore Gesù, colui che preesiste quale Verbo
di Dio all’origine stessa del mondo, Dio da Dio, luce da luce, Dio
vero da Dio vero, ha voluto umiliarsi per appartenere alla
famiglia umana.
Questa appartenenza noi oggi celebriamo, ancora nel
cuore del mistero del Natale, sintonizzandoci con quello sguardo
molteplice, polifonico, di quel nucleo di relazioni vitali che
costituisce il grembo della nostra esistenza umana.
Ricondotti davanti al presepio, veniamo immersi nel
dialogo silenzioso degli sguardi con cui una madre guarda suo
figlio, un padre guarda suo figlio e sanno bene che da lui loro
sono guardati.
La PdD, attraverso l’insegnamento di San Paolo ai
Colossesi (3,12-21) ci insegna come due sono i rapporti
fondamentali che, insieme, costituiscono la famiglia: il rapporto
marito/moglie e il rapporto genitori/figli. I contenuti o le
caratteristiche di questi due rapporti sono amore da una parte e
sottomissione dall’altra tra marito e moglie; obbedienza da una
parte e pazienza dall’altra, tra genitori e figli.
Dei due rapporti il più importante è decisamente il primo,
in quanto da esso dipende in gran parte anche il secondo, quello
con i figli. Se due genitori non si amano tra di loro, nulla
impedirà al bambino di crescere insicuro nella vita. Come suole
succedere, purtroppo, se due genitori non si amano più tra di
loro, ognuno riversa il suo proprio affetto sul figlio, cercando di
legarlo inconsciamente a sé. Ma è questo che i bambini, i figli
segretamente desiderano? Vogliono davvero essere amati con un
amore diverso ed esclusivo, di eccezione, oppure desiderano che
papà e mamma si amino tra loro e che li ammettano a questo
amore, dal quale sono nati? L’interruzione di questo amore
comporta il mancare della terra sotto i piedi dei figli.
Amore e sottomissione. Il primo termine ci sta bene; un
po’ meno il secondo, stante il significato che la parola
sottomissione riveste nella nostra società liquida. Possiamo
capire san Paolo forse un poco condizionato dalla mentalità del
suo tempo. Ma che faremo? Elimineremo dal suo insegnamento
la parola sottomissione? Certamente no. La soluzione non è in
questo, ma nel rendere reciproca la sottomissione tra marito e
moglie, come reciproco deve essere l’amore. Amore reciproco e
sottomissione reciproca. In tal modo la sottomissione si mostra
come un aspetto e una esigenza dell’amore, dal momento che,
per chi ama, sottomettersi all’oggetto del proprio amore non
umilia, ma rende felici. Sottomettersi reciprocamente tra sposi
significa tener conto della volontà del coniuge, del suo parere,
della sua sensibilità, e non decidere da soli; significa sapere, a
volte, rinunciare al proprio punto di vista. Insomma: ricordarsi
che si è diventati “coniugi”, cioè, letteralmente, persone che sono
sotto lo stesso giogo, quello dell’amore oblativo e reciproco,
liberamente donato e accolto.
«Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li
creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). La Bibbia, come si
vede, pone uno stretto rapporto tra l’essere creati a “immagine di
Dio” e l’essere “maschio e femmina”. E la somiglianza consiste
nel fatto che Dio è sì unico e solo, ma non è solitario. L’amore
esige comunione, scambio interpersonale tra un “io” e un “tu”.
Per questo il Dio di Gesù Cristo, il Dio cristiano, è uno e trino.
In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di
intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone. In questo la
coppia umana è immagine di Dio.
La famiglia umana è dunque un riflesso della Trinità.
Marito e moglie sono una carne sola, un cuore solo, un’anima
sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si
riconciliano tra loro unità e diversità. Gli sposi stanno difronte
l’uno all’altro come un “io” e un “tu”, e stanno difronte al
mondo, a cominciare dai propri figli, come un “noi”, quasi si
trattasse di una sola persona, non più al singolare, ma al plurale.
“Noi”, ossia “tua madre e io”, “tuo padre e io”.
A fronte della problematica realtà della famiglia dei
nostri tempi, va rilanciato questo potente annuncio, o, se si vuole,
questo ideale della coppia, prima sul piano umano, poi su quello
cristiano. I giovani hanno tutto il diritto di vedersi trasmettere dai
grandi, degli ideali forti e non più scetticismo e cinismo.
A questi ideali la fede cristiana apporta la possibilità di
tradursi in pratica, in esperienza vissuta, non automaticamente,
o magicamente, ma con la collaborazione dei singoli, in un
cammino di apprendimento e di crescita.
Alla natura si aggiunge la grazia. È il frutto del
sacramento del matrimonio, che conferisce agli sposi la “grazia
di stato”. Grazia di un amore redentivo, grazia di un amore
santificante. Quel “di più” che viene dalla croce di Cristo, che
non distrugge, o soppianta la natura umana, ma la eleva, la rialza,
la risana e la fortifica, dando sempre nuova ragione per superare
le difficoltà.
Dire grazia e dire Spirito Santo significa dire la stessa
cosa, in quanto lo Spirito Santo è il dono”, o meglio, il “donarsi”
stesso di Dio. Nel momento in cui una coppia di sposi si apre
all’azione dello Spirito Santo, egli comunica loro quanto lui
stesso è, rinnovando in essi la capacità e la gioia di donarsi l’uno
all’altro.
Il segno di questa azione ineffabile e soave, carica di
profumo di unzione battesimale, si nota quando ognuno smette
di chiedersi: «Cosa c’è che mio marito/mia moglie potrebbe fare
ancora per me e che ancora non fa?» e comincia invece a
chiedersi: «Cosa c’è che potrei fare di più per mio marito/mia
moglie, che ancora non faccio?».
In tal modo il matrimonio viene santificato non per
qualcosa che viene dall’esterno (il rito o l’acqua benedetta
spruzzata sugli anelli), ma nel suo gesto più intimo. Non si vivrà
più il momento della intimità come staccato o quasi nascosto da
Dio, ma come un momento forte della presenza di Dio tra gli
sposi e dell’amore di Dio per loro. È proprio così: nel donarsi
l’uno all’altro gli sposi sono davvero “a immagine di Dio” in
quanto riflettono quell’amore fecondo che regna nella Ss.
Trinità: Quell’uno e due e tre che sempre vive e regna sempre in
tre e ’n due e ’n uno, non circunscritto, e tutto circunscrive
(Dante, Paradiso, XIV).
Carissimi sposi, questo disegno di Dio vi chiama, ancora
una volta, a vivere la “novità” dell’amore, attraverso l’umile
conversione del cuore e la santità della vita, segnata dalla
sofferenza della croce quotidiana e dalla speranza della
risurrezione. Rispondendo al progetto di Dio su di voi, vogliate
impegnavi come famiglia a svolgere quei compiti così urgenti
nel mondo di oggi: l’educazione alla libertà liberata da Cristo, ad
un solido senso morale, alla fede e agli autentici valori umani e
cristiani. A voi famiglie è affidato il compito della
evangelizzazione e della catechesi, con la testimonianza dei
valori evangelici nell’ambito della più ampia comunità sociale:
la promozione della giustizia sociale, l’aiuto fattivo ai poveri e
agli oppressi. Con la benedizione e il sostegno della Santa
Famiglia di Nazareth, possiate attuare tutto questo perseverando
nella preghiera comune e nella liturgia, sorgenti della grazia
divina.
Sia questa la vostra missione giubilare, sia questa la
nostra speranza, al compimento dell’Anno Santo, e che la
speranza cristiana, lungi dal confondervi, cresca vieppiù in voi,
rendendovi generativi di quell’amore di Dio che è stato riversato
abbondantemente nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo
che ci è stato dato (Cf Rm 5,1-5).
E che Maria, l’umile fanciulla di Nazareth vi sia di
conforto e guida: Ipsa propitia pervenis.
Così sia.

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