Ossario Molisano. Viaggio nei cimiteri della nostra regione. 5° tappa cimitero di Vinchiaturo. Tomba di Emilio Spensieri

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Un fazzoletto di terra che stende i suoi lembi tra i monti ed il mare. Questo è il Molise per Emilio Spensieri, poeta nato a Vinchiaturo nel 1911. Il mondo antico e rurale della campagna molisana è stato celebrato in modo nostalgico dai nostri poeti dialettali, attraverso le cose degli uomini e della natura. Scrive Spensieri: “L’acqua murmureja ‘n copp’a le prete e pare quasce nu trascurze queite de ggent’antica, che ‘n è cchiù presente. Ze fanne chille mùrmere parole: forze chell’acqua, scì, caccosa dice…

E allora chesta mura so’ felice de stàrzene scurdate e sole sole”. (L’acqua mormora sopra le pietre e sembra quasi un parlare tranquillo di gente che non è più presente. Quei mormorii diventano parole: forse quell’acqua, si, qualcosa dice… E allora queste mura sono felici di starsene dimenticate e sole sole). Un mondo contadino che oggi non c’è più e che fa parte della memoria storica della nostra piccola regione sempre più spopolata. “Nei borghi e nei campi s’è fatto il silenzio; non s’odono echi nei vicoli e pigre ora sono le zolle”.

La vita di Emilio Spensieri si snoda in un arco temporale che abbraccia il fascismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione e il boom economico. Spensieri dal 1936 al ’38 lavora come ufficiale della Gioventù italiana del littorio. Apro una partentesi. A Roma proprio tra il 1936 e il 1940 c’erano circa 26.000 cittadini di origine abruzzese o molisana. Ma al di là delle statistiche bisogna tener presente che in tutto il ventennio furono tanti i giovani molisani che, pur formalmente residenti nel loro paese di origine, vivevano di fatto in città, soprattutto a Roma.

Erano addetti ai servizi che le funzioni di capitale della città richiedevano e che i fasti imperiali del regime ingigantivano. Il ritorno in paese si limitava ai periodi di maggiore esigenza di manodopera nei lavori agricoli, soprattutto nel tempo della mietitura e della trebbiatura dei cereali. La piccola azienda familiare continuava ad essere condotta dai genitori ormai anziani. Durante il regime fascista il Molise aveva raggiunto un grado di ruralità pari all’ 80,3%. Lo stesso Mussolini in un telegramma al Prefetto di Campobasso espresse il suo encomio.

Il telegramma datato 1 luglio 1937 affermava che: “le genti del Molise devono considerare questa posizione come un privilegio di cui devono essere e certamente sono fierissimi alt, tale privilegio dev’essere conservato per gli interessi del Molise e per quelli della Patria”. Sebbene il dato tecnico dell’80% di ruralità poteva inorgoglire e dare prestigio alla popolazione molisana, molti cittadini lamentavano l’indigenza e la mancanza di lavoro. Inoltre nonostante vi fossero numerosi agricoltori a lavorare la terra, le condizioni climatiche non sempre lo consentivano. Spensieri dopo la parentesi militare rientra a Vinchiaturo, dove svolge per circa venticinque anni l’attività di ufficiale d’anagrafe presso il Municipio.

Tra il ’50 e il ’60 collabora a Momento Sera, a Il Tempo, ad alcuni periodici, e tra gli anni cinquanta e settantacinque prepara rubriche per la radio e la televisione incentrate su argomenti connessi con le tradizioni popolari esplorando e realizzando itinerari in tutto il Molise, poi pubblicati sull’Almanacco di Enzo Nocera. Ma è proprio quando deve descrivere il suo borgo natio che ancora una volta la nostalgia per un tempo ormai scomparso, prende il sopravvento. Le ragazze non sono le vittime sacrificali degli smartphones, non sono le modelle di instagram, ma sono “attraenti con un senso di femminilità che le distingueva facendole non vassalle di quel paese”. E quando si recavano a “Le Cannavine”, cioè alla fontana nei pressi di un copioso canneto, pare che impiegassero parecchio tempo per attingere l’acqua “distratte e impigrite dalla compagnia degli innamorati che in quel luogo pazientemente attendevano”.

E così la vita dei borghi molisani come Vinchiaturo scorreva lentamente, tra amori nati in campagna e serate trascorse nelle osterie a bere il vino “cerasello”. Nelle ore piccole prima che arrivassero le mogli indispettite a prelevare i mariti, a “Le preulelle”, locale frequentato da galantuomini e borghesi del paese, si sentiva cantare una delle più belle canzoni del folklore vinchiaturese: “Mariuccia de ‘stu core, j’pe’ tte suspìre e mmore…”

Roberto Colella

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