Il film della settimana/ “A russian youth” di Alexander Zolotukhin (Rus)

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Pietro Colagiovanni *

Esordio alla regia del giovane (1988) cineasta russo Zolotukhin il film è stato presentato al Festival di Berlino del 2019. Zolotukhin fa parte del gruppo di esordienti che l’icona del cinema russo Alexander Sokurov sta progressivamente portando sulla ribalta cinematografica internazionale.

Che ci sia l’impronta, e forse più di una impronta, del complesso mondo filmico di Sokurov è evidente sin dal primo fotogramma. La scelta di alternare la storia principale, quella di un giovane soldato russo nella prima guerra mondiale, con le immagini di un’orchestra moderna impegnata nel musicare le scene del film, interpretando Le Danze sinfoniche e il difficilissimo ma imponente Concerto sinfonico numero 3 di Rachmaninov sono un ottimo indizio sulla presenza di Sokurov. Ma se Sokurov suggerisce il quadro di riferimento poetico dell’opera l’opera si muove poi con forte e sorprendente autonomia nel suo sviluppo filmico.

La vicenda è esile ma densa. Un giovane soldato russo (un bravissimo Vladimir Korolyov) nelle trincee della prima guerra mondiale sogna momenti di gloria ed epiche geste guerriere. Poco dopo la sua vita cambierà per sempre: dopo un attacco con i gas del nemico tedesco diventerà cieco. Continuerà però, con un vitalismo pari alla disperazione della sua vita spezzata, a rimanere al fronte dove vivrà qualche momento di umanità ma subirà anche tante angherie (un ufficiale lo fustigherà perchè gli aveva sporcato la divisa) e alla fine finirà prigioniero, lui e il suo gruppo, del nemico tedesco. Intanto aveva comunque dato un suo contributo alla guerra, riuscendo ad individuare un attacco aereo del nemico tramite una specie di imbuto metallico al quale era stato destinato, capace di amplificare rumori in lontananza.

Il film quindi è innanzitutto un film contro la guerra e contro la retorica della guerra, scelta piuttosto forte nella Russia di Vladimir Putin, quella dell’orgoglio nazionale, della vittoria militare che riscatta tutto, quella dell’invasione della Crimea o della guerra in Ucraina e in Siria. Qui tra l’altro non c’è vittoria militare perchè l’ultima scena è quella del plotone del protagonista, fatto prigioniero, costretto ai lavori forzati dal nemico tedesco. Ma la chiave non è politica, o non solo politica. Il film, nel suo alternarsi drammatico tra la vicenda del giovane soldato e l’orchestra che sottolinea il suo dramma, tracima in una visione di insieme più ampia, più filosofica e profonda, in questo si riferibile a Sokurov ma, inevitabilmente, anche all’altro gigante del cinema russo, Andreij Tarkovski. Il nichilismo è una corrente di pensiero che in Russia ha avuto, da Turgenev in poi, una grande eco. Una tradizione che, consapevolmente o inconsapevolmente, attraversa anche questo bel film di Zolothukin.

Il film non ha una luce in fondo al tunnel, non ha speranza, non ha motivi di riscatto possibili o prevedibili. E’completamente disperato e basta. Nel contempo l’incredibile vitalità di un ragazzino che diventato cieco, che non riacquisterà mai la vista, che non ha prospettive di vita, che probabilmente morirà ma che intanto vive, con attaccamento e disperazione, ogni attimo della sua infelice esistenza, mentre la musica di Rachmaninov incalza potente, ci porta in una nuova dimensione. Siamo in una dimensione di pessimismo vitalista la quale ci porta dritti dritti ad uno dei pensatori più importanti della filosofia occidentale: Arthur Schopenauer. E chi ne conosce il pensiero sa come l’unica possibilità di redenzione o di alleviamento dal dolore di vivere che Schopenauer ci indica è la musica, quella classica in particolare. Tutto torna allora, complimenti a Zolotukhin, una eccellente opera prima.

Voto 4,25/5

*imprenditore, comunicatore, fondatore del gruppo Terminus

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