Il prossimo venerdì 6 febbraio, a Termoli, è prevista la presentazione del saggio di
Isaia Sales e Pietro Spirito, “Servono ancora le Regioni?”. Un titolo che suona quasi
come una provocazione in una terra, il Molise, dove l’istituzione regionale sembra
aver dimenticato la sua funzione primaria. Nell’incontro di venerdì, gli autori ci
aiuteranno a ripercorrere la storia del regionalismo, mentre la politica locale ci
costringe a fare i conti già da subito con un presente ricco di incoerenze.
Il Molise rappresenta un caso particolare nel panorama italiano ed europeo, con una
popolazione residente di circa 290.000 unità (non più di 270.000 abitanti effettivi) e
un PIL che contribuisce per poco più dello 0,35% alla ricchezza nazionale. La sua
dimensione ridotta (inferiore a 4.500km), unita alla frammentazione amministrativa
(136 comuni di cui solo 4 con popolazione superiore ai 10.000 abitanti) ha generato
un contesto socio economico stagnante certificato anche dagli ultimi dati Istat,
secondo cui il PIL pro capite nel 2024 regionale ha raggiunto appena i 26.750 euro
annui, con un divario persistente rispetto alla media italiana (36.100 euro annui).
Anche l’analisi del mercato del lavoro evidenzia criticità significative: un tasso di
disoccupazione attorno al 10,7%, superiore alla media nazionale del 7,5% , e un tasso
di inattività particolarmente elevato (37,1% contro il 33,4% nazionale nel 2024).
Questi dati si inseriscono in un quadro demografico preoccupante, caratterizzato da
un declino costante della popolazione residente, passata da quasi 322.000 unità nel
2003 a meno di 290.000 nel 2023, mentre il numero stimato degli abitanti effettivi
sarebbe attorno ai 270.000.
Oltre al declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, rende più incerta
la prospettiva di una buona qualità della vita, viste le carenze oramai strutturali del
settore sanitario locale. Nel prossimo futuro la tenuta stessa dell’assistenza sanitaria
pubblica rischia di essere definitivamente compromessa senza un cambio di rotta
deciso sia a livello regionale che nazionale.
Infatti, nel Molise il diritto costituzionale alla salute non è più garantito. Dopo
l’importante e partecipata manifestazione pubblica sulla sanità tenutasi ad Isernia, in
questi giorni le forze politiche regionali, di maggioranza e anche stranamente di
minoranza, si sono concentrate, in modo sterile e consociativo, nel chiedere il
superamento del Commissariamento, semplicemente proponendo di trasferire i poteri
all’attuale Presidente della regione. Come se tale sostituzione di persona (in passato
peraltro già attuata: si ricordi il commissario Iorio, Frattura, Toma) potesse cambiare
realmente la qualità dei servizi sanitari.
Certamente non entusiasma neppure l’economia molisana. Il settore dei servizi
contribuisce per oltre il 71% al valore aggiunto regionale dovuto però per l’intervento
preponderante della spesa pubblica (oltre il 75% delle entrate regionali deriva da
trasferimenti pubblici). Il settore dell’Agricoltura ed attività connesse, mantengono
un peso quasi triplo rispetto alla media italiana (5,9% contro 2% del valore aggiunto),
mentre l’industria manifatturiera (11,3% a fronte del 17,1% nazionale) si concentra in
pochi comparti, tra cui spicca il settore automobilistico in forte declino con lo
stabilimento Stellantis di Termoli, che sta vivendo un periodo di fortissima crisi
legato ai mutamenti del mercato internazionale, ma anche da una politica regionale
assente e disorientata.
Sul fronte infrastrutturale, la regione sconta un deficit persistente che compromette la
sua competitività. Difatti, l’accessibilità della popolazione molisana alle principali
infrastrutture di trasporto – in particolare stazioni ferroviarie ben collegate, rete
autostradale, aeroporti e porti passeggeri – risulta tra le più basse in Italia, facendo
registrare indicatori di dotazione e di collegamento significativamente inferiori
rispetto ai valori medi nazionali.
A tutto ciò si aggiungono marcate inefficienze amministrative, che riducono
sensibilmente l’impatto delle politiche pubbliche. Pur registrando uno dei rapporti
dipendenti pubblici/abitanti più elevati d’Italia (1,44 dipendenti regionali ogni 1.000
abitanti), il Molise mostra una capacità di programmazione e gestione delle risorse
strutturalmente insufficiente. Lo dimostrano i dati sui fondi europei 2014-2020: nel
FSE la Regione ha utilizzato solo il 58% delle risorse, contro il 99% del Piemonte e il
97% del Lazio, con evidenti ricadute negative su formazione, occupazione e
inclusione sociale. Ancora peggiore è la performance sul FESR, dove il Molise si
ferma al 56% a fronte di una media europea del 63%, segno di un utilizzo inadeguato
degli strumenti per infrastrutture, innovazione e competitività. Infine, anche sul
FEASR – fondamentale per agricoltura e aree interne – il Molise rientra tra le ultime
dieci regioni per capacità di spesa, con un tasso del 49%, lasciando di fatto
inutilizzata una quota rilevante di risorse destinate allo sviluppo rurale e al contrasto
dello spopolamento. In sintesi, il problema non è la mancanza di fondi, ma la
difficoltà dell’amministrazione regionale di trasformarli in interventi concreti e
tempestivi.
Nel confronto con altre regioni italiane ed aree europee, il Molise evidenzia uno
svantaggio strutturale che va oltre la sua dimensione ridotta. Ad esempio, rispetto
all’Abruzzo, con cui condivideva l’amministrazione regionale fino al 1963, il Molise
ha seguito un percorso di convergenza più lento, discontinuo e con risultati molto al
di sotto sia delle aspettative che delle medie nazionali. A livello europeo, si colloca
stabilmente, almeno dal 2000, nella categoria delle regioni meno sviluppate (in
passato denominate regioni “Obiettivo 1”, poi diventato “Obiettivo Convergenza”),
con un PIL pro capite inferiore al 75% della media UE.
Se questi sono i numeri, torniamo all’oggi e al Molise ed al futuro del regionalismo.
Che fare?
È quello che discuteremo nell’incontro di Termoli con Sales e Spirito. Non una
parata intellettualistica, ma l’arena in cui confrontarsi su un tema di forte attualità, per
il nostro paese e per il nostro Molise. Abbiamo bisogno di una politica di sostanza,
coerente tra ciò che vota nelle aule e ciò che promette nelle piazze. Abbiamo bisogno
di essere chiari nelle proposte istituzionali, non consociativi in quelle politiche.
Sarebbe bene che nell’incontro di Termoli emerga con forza qualche spunto di
riflessione, o, meglio ancora, qualche idea pratica che permetta agli enti preposti di
diventare finalmente efficienti erogatori di servizi pubblici e non mere strutture
clientelari, come oggi sembrano essere diventati.
Solo così avranno ancora un senso le regioni e le diverse articolazioni
amministrative.
Avv. Simone Coscia







