500mila baby pensionati ci costano 7 miliardi all’anno

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L’Ufficio studi della CGIA ha “recuperato” i dati Inps riferiti ai pensionati baby presenti nel nostro Paese e li ha confrontati con la dimensione economica del reddito di cittadinanza e di quota 100,ne viene fuori un impietoso  conteggio sul costo per le casse pubbliche,sono i baby pensionati:  persone uscite dal mondo del lavoro prima del 1980 utilizzando agevolazioni di legge (all’epoca consentite).

Migliaia di ex lavoratori che hanno usufruito di benefici e si sono ritirati dal mondo del lavoro da 40 anni. Per la maggior parte si tratta di donne che ora hanno unʼetà media di 87 anni

Almeno 7 miliardi di euro l’anno pari allo 0,4% del Pil per  562mila persone, oltre 386mila sono costituite in massima parte da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende che hanno beneficiato di una legislazione che definiva i requisiti in misura molto permissiva, o per ristrutturazione industriale avviata nella seconda metà degli anni 70 hanno usufruito di trattamenti in uscita dal mercato del lavoro molto generosi ,dopodiché, altri 104mila ex lavoratori autonomi, la metà proveniente dall’agricoltura, una piccola parte, il 10,6% corrispondente a 60mila unità ex dipendenti pubblici, che hanno lasciato la scrivania in età giovanissima, grazie alla legge del 1973 di Mariano Rumor”.  

Praticamente lo stesso importo previsto quest’anno per il reddito/pensione di cittadinanza  e superiore di 2 miliardi della spesa necessaria nel 2020 per pagare gli assegni pensionistici a coloro che beneficeranno di quota 100, misure, queste ultime, che sono nel mirino dall’Unione Europea.

Le pensioni baby sono uno degli esempi più clamorosi di come l’Italia, dopo la crescita registrata nei primi decenni del secondo dopoguerra, abbia successivamente abbandonato l’idea di fondare il proprio futuro sulla solidarietà intergenerazionale.

In materia previdenziale, fino agli inizi degli anni ’90 , si è scambiato il benessere raggiunto in diritto acquisito, scaricando i costi sulle nuove generazioni.

I giovani di oggi spesso lavorano con contratti a termine, percependo buste paga molto leggere e sono chiamati a dare il loro contributo per coprire gli assegni generosi versati alle vecchie generazioni andate in quiescenza con il sistema retributivo,  mentre  la propria pensione, strettamente legata ai contributi versati, quasi certamente avrà dimensioni economiche molto contenute.

Dei Baby pensionati sono i dipendenti pubblici ad aver lasciato il posto di lavoro in età più giovane (41,9 anni), mentre nella gestione privata l’età media della decorrenza della pensione è scattata dopo (42,7 anni), in entrambi i casi l’abbandono definitivo del posto di lavoro è avvenuto  con 20 anni di età in meno rispetto a chi, oggi, usufruisce di quota 100. Attualmente, le persone che sono andate in quiescenza prima del 31 dicembre 1980 hanno un’età media di 87,6 anni. Se il confronto invece è fatto tra maschi e femmine, registriamo che quest’ultime sono in netta maggioranza. Tra i 562mila pensionati baby presenti in Italia, ben 446mila sono donne (pari al 79,4 per cento del totale) e “solo” 115.840 sono uomini (20,6 per cento del totale). In termini di età anagrafica, però, a lasciare prima il lavoro è stato il sesso forte con una media di 40,6 anni, contro i 43,2 anni delle donne.   Infine, sia per i maschi sia per le femmine l’età media in cui hanno percepito il primo assegno pensionistico è stata più bassa tra gli occupati nel pubblico che nel privato: mediamente di 6 mesi in entrambi i casi. Nel pieno del regime retributivo sono stati riconosciuti i requisiti per il pensionamento alle impiegate pubbliche con figli dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Mentre per gli statali era possibile lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni. Se si vede quanto poco spende l’Italia per la non autosufficienza è da vergogna, l’Italia non è un paese per vecchi, è un paese per vecchi benestanti e in buona salute!

Alfredo Magnifico

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