Il film della settimana/ “Crystal Swan” di Darya Zhuk (Blrus)

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Pietro Colagiovanni *

Diretto dalla regista e produttrice Darya Zhuk, nata in Bielorussia ma con studi e formazione negli Stati Uniti, “Crystal Swan” (2018) è ambientato nella Bielorussia post sovietica a metà degli anni 90. Un periodo di forte transizione, di crisi economica e smarrimento ma, come tutte le epoche di transizione anche un periodo cui tutto è possibile o, meglio, sembra possibile.

E’così una giovane laureata in legge, anticonformista, trasformatasi in Dj insegue il proprio personalissimo sogno americano: avere un visto per volare a Chicago, patria della sua adorata musica house e terra promessa di libertà e prosperità. Avere un visto non è facile, però, e una serie di artifici e peripezie per ottenerlo la condurranno in un villaggio della Bielorussia rurale, a casa di una famiglia del posto alle prese con i preparativi del matrimonio del figlio.

Il sogno americano si infrangerà allora nella quotidianità di una società arcaica, fortemente maschilista e attaccata alle tradizioni secolari che spesso nascondono, magari irrorate da tanta vodka, le ipocrisie e i drammi di vite personali difficili e dolorose.La storia non è certamente nuova ma la regista la rende interessante e godibile. Questo anche grazie anche ad un cast di attori molto capaci, con in testa l’eccellente protagonista Alina Nasibullina.

La fotografia è molto curata, le musiche sono appropriate e danno ritmo e leggerezza alla narrazione, i colori vividi e pieni, le ambientazioni attente e precise. La confezione, quindi, fornisce un’idea di leggerezza e di dinamismo, creando una cornice gradevole per immergersi nella trama filmica. Ma appunto si tratta solo della cornice. E la bravura della Zhuk, che ha realizzato un una bella opera prima, sta proprio in questo. Il film nella sostanza è fortemente malinconico, spesso triste, quasi disperato.

La storia ci parla di sopraffazioni, violenze, privazioni, povertà e spesso disperazione. Ma non è un film pessimista. Il racconto è doloroso ma il grande vitalismo dei suoi protagonisti (e soprattutto della giovane Velya, l’avvocato-Dj) non lo rende del tutto senza speranza. Il sogno americano forse non arriverà mai, ma la vita e la sua forza alla fine prevale sempre. Un’opera, quindi, ben pensata e ben realizzata che merita certamente di essere vista.

Voto 3,75/5

*imprenditore, comunicatore, fondatore del gruppo Terminus

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