Fca abbandona l’indotto italiano

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Fca abbandona  l’indotto italiano. Il  Covid-19  ha  stravolto  il  mondo. Come una  mano invisibile  è  andato a toccare  la  vita  delle  persone  ai quattro  angoli  del Pianeta. Oltre  alla disuguaglianza  strutturale  che  pre-esisteva  ne  è  emersa  una  che  potremmo  chiamare  secondaria, aggravandole  ed ampliandole.   

Le  maglie  larghe  del Decreto  Liquidità  di 55 miliardi di  euro di debiti, che  graveranno sulle future  generazioni, consentono prestiti  alle  imprese  per la  ripartenza  post  Covid con la  GARANZIA DELLO  STATO.Una  pioggia  di milioni sono stati  elargiti non solo ad aziende  italiane  che  pagano le  tasse  in italia  e  producono in  Italia. 

L’ex  Fiat ormai è  straniera  in patria, tra  sede  legale olandese  e  quella  fiscale inglese,  francese  è  l’attuale AD dopo il canadese/italo Marchionne, e  dopo la redditizia, (per  gli  azionisti) fusione  con la Peugeot dei cugini  d’oltralpe. La  multinazionale  guidata  da  John Elkann ha  buttato tramite  Intesa  San Paolo sul tavolo del ministro  Gualtieri la richiesta  del prestito, di  6,5 ml, garantidi dallo stato  Italiano, minacciando in caso di  un “no”  di non  investire  e  di delocalizzare  le briciole italiche  del lingotto d’acciaio.   

La  risposta  del  governo non si  è  fatta  attendere, immediatamente  si è calato  le braghe  senza  neanche  imporre alcuna  garanzia occupazionale.   D’altra  parte, mai i  governi che  si sono succeduti  negli  ultimi 30 anni hanno osato discutere  le imposizioni  della Fiat.Ed ecco che  neanche  2 mesi dopo il regalo fatto alla FCA,  la benedizione della  Fiat arriva  tempestiva.

L’azienda  ha  reso noto tramite una  lettera  ai fornitori che  le auto del segmento B  non saranno più prodotte  con la componentistica  attuale  ma, nell’ottica  di sinergia  con il  Gruppo PSA, passeranno alla  piattaforma  francese  CMP, la stessa per intenderci con cui già oggi vengono  realizzate Opel Corsa  o Peugeot 208, anche  nelle  versioni elettriche.

L’addio all’indotto italiano rientra, con ogni probabilità, all’interno di quel piano di ottimizzazione e razionalizzazione dei costi  sbandierato da Carlos  Tavares, futuro amministratore  delegato del nascente gruppo Stellantis  che  racchiuderà  ben 14 marchi.   Effettivamente, se  ciascuno dei 14 marchi continuasse ad avere  distributori  propri, con parti uniche, i costi resterebbero  elevati. Se  invece  si andasse verso una  uniformità delle  parti (per esempio: tergicristalli  tutti  uguali, tanto per le  Alfa  Romeo  quanto per  le Chrysler  e  le  Peugeot), sarebbe  possibile  ridurre  fortemente  i  costi  di produzione.   Articolando il discorso: piattaforme (architetture),  pianali, tecnologia, motori, parti in plastica  e  metallo andranno verso l’uniformità. 

I  motori dell’Alfa  perderanno  il  loro caratteristico rombo e  inizieranno a  “parlare”  come tutti gli  altri.Tradotto in termini occupazionali si perderanno oltre  200000 posti di  lavoro. La  linea  politica  di:  Fiat,  Fca, Stellantis, ecc, non è  mai cambiata.La  Fiat di  Sergio Marchionne non voleva  avere lacci e lacciuoli in  Italia.Sistemò la  faccenda  in qualche  modo con i sindacati  per fare  le operazioni  internazionali che  poi ha fatto,con la complicità di una  classe  politica  che  ha  creduto  e  continua  a  credere  alla  favola che  così manteniamo un’industria  nazionale  dell’automobile.Sindacati, partiti  politici e governo hanno  creduto alle promesse  vuote, più che  al rilancio del tessuto imprenditoriale  del Paese, ai benefici di  breve  termine  che  il  Paese poteva  offrire.   

Ammortizzatori sociali, sussidi  e  concessioni inclusi. Prendi i  soldi e scappa  è  ormai diventata la  costante di tutte le  multinazionali.Soldi  agli  azionisti  derivanti  dallo sfruttamento operaio e prestiti  agevolati dallo Stato, miseria  per i lavoratori  con decine di migliaia in  cassa integrazione e  salari da  fame appena  sopra  il  reddito di cittadinanza, dopo  che  sono stati  per decenni spremuti come limoni. La  pandemia  ha  dimostrato così, ancora  una  volta,  la centralità della  classe  operaia nel processo di  produzione, al di là  di tutte  le chiacchiere  sulla scomparsa  degli  operai.

Per quanto sia  stata  tragica  la situazione per  l’epidemia Covid19, la  società non può fare  a  meno degli  operai, mentre  può tranquillamente fare  a  meno dei padroni. Rubare  ai poveri contribuenti  (operai, lavoratori e  pensionati  proletari, e piccola borghesia), ridurre  i servizi sociali, sottrarre  risorse  dal cosiddetto Stato sociale, derivanti  dalle  tasse  dei proletari e  delle  classi sfruttate, per dare  soldi ai ricchi sfruttatori ed evasori è  da  sempre  la costante  di tutti i  governi borghesi di  qualsiasi colore.

I  sostenitori del libero mercato, delle  privatizzazioni, del “meno Stato più mercato”,  che  hanno sempre privatizzato i  profitti  e  socializzato le  loro perdite  dopo aver delocalizzato, spostato produzioni  all’estero e  le sedi legali  nei paradisi  fiscali, mai sazi, oggi  rivendicano ancora  soldi. La  classe  operaia, è  legata  al sistema  del lavoro  salariato e  deve  ricordare  che  nella  lotta economico-sindacale lotta contro gli  effetti del  sistema  di sfruttamento, ma non contro le cause che  lo producono.

Con questa lotta può soltanto difendersi, frenare  il  movimento discendente dei salari e  delle  condizioni  di  lavoro e  di vita, ma  non mutarne  la direzione; essa  applica  soltanto dei palliativi, ma non  cura  la malattia. Essa  deve  comprendere  che  il  sistema  attuale, con  tutte le  miserie  che  accumula  sulla classe  operaia,  genera  nello stesso tempo le  condizioni materiali e le  forme  sociali  necessarie  per una  ricostruzione economica  della  società”. Forti  sindacati  conflittuali, uniti in un fronte  di classe, possono essere  efficaci come  centri di  resistenza  contro gli attacchi del capitale, a  patto che  perseguano con  coerenza  l’unità  è  il  protagonismo dei lavoratori.

Anche  se la  realtà  ha  dimostrato spesso la  loro inefficienza  perché  sempre  più in concorrenza  tra  loro  invece  di unificare  le  forze.Non dobbiamo mai dimenticare  che  anche  un sindacato di classe, per quanto forte  e  combattivo sia nella  sua lotta, si limita  a  combattere  una  battaglia  contro gli  effetti del sistema  di sfruttamento esistente.   Dimostra  i suoi limiti quando evita  di programmare  le linee  politiche. Noi  della  FLMUniti riteniamo indispensabile  porre  un  argine  a  questo sistema di  sfruttamento capitalista.

Noi operai dobbiamo anche  lavorare  per eliminare  le cause dello sfruttamento, per  trasformare  la  forza organizzata in una  leva  per la  liberazione definitiva  della  classe  operaia :   cioè per  l’abolizione  definitiva  del  sistema  del  lavoro  salariato.

FLMUniti  –  CUB  Nazionale

FLMUniti – Cub FCA Termoli

Adesione del SOA Sindacato Operai Autorganizzati

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