Federalismo fiscale una questione ancora aperta?

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di Massimo Dalla Torre

Il federalismo fiscale si farà con il consenso di tutti e sarà un intervento fondamentale per ridurre la distanza tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia”. Queste le affermazioni che fece Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia, che, nel corso di un intervento alla Camera sul decreto legge relativo alla Finanziaria, disse “…sarà fondamentale un accordo tra tutti noi sulla preventiva costruzione di una base di dati condivisi sulle grandezze di finanza pubblica. È essenziale prima di fare scelte politiche, trovare un punto d’incontro su entrate uscite, stock, flussi, dinamiche aggregate…”

Belle le parole dell’ex Ministro, peccato che, molti, anzi moltissimi esponenti della Lega e Co. tuttora non credono siano d’accordo con quanto affermò l’esponente azzurro, perché a detta loro …il Sud, è una spugna che assorbe e non restituisce…, anche se nelle ultime campagne elettorali hanno spostato il loro interesse per avere consensi al sud dello stivale. Sull’applicazione o meno del federalismo fiscale da anni si è aperto un confronto tra forze politiche, imprenditori, società civile e cittadini, da cui è emerso, e questo è il lato più enigmatico della questione, che il federalismo non era un “dogma”, lo affermò anche l’assessore alle finanze della regione Lombardia Romano Colozzi alla “Fiera delle Idee” svoltasi qualche anno fa a Campobasso.

Un’affermazione cui ci sentiamo di affiancare un’altra che, il federalismo non solo non era un dogma, ma non era neanche la medicina giusta per curare i tanti mali che ci vede additati quale “palla al piede del Paese che produce”. Una medicina che molti volevano farci bere a tutti i costi perché, in questo modo, si credeva di risanare quelle crepe che si sono vennero a manifestare sul corpo di questa porzione del Paese; ecco perché ci permettiamo di dissentire ancora con l’ex ministro Tremonti.

Da non esperti di politica economica e tanto meno di strategia, ma da cittadini che vivono, lavorano ma soprattutto da operatori dell’informazione locale, crediamo che “la lavatura di faccia” che ci fu propinata con simili affermazioni, non serviva e non serve né a noi, né tanto meno al Paese che, aveva e ha bisogno invece, d’alleanze che operino in maniera sinergica, e non si remino contro affinché ci si areni sulle sabbie del fallimento. Non mascheriamo i paroloni, piuttosto enigmatici, quali vettori per raggiungere obiettivi prefissati, dagli altri e non da noi, non servono. È arrivata l’ora che le parole diano spazio ai fatti, quelli concreti, quelli costruttivi.

A dimostrazione della valenza di questo che scriviamo che, non è frutto di vaneggiamenti causati dalla presenza della pandemia, anche al di là della bacchetta tura da parte degli esperti è bene rileggere gli interventi in materia. I quali, evidenziano con forza come il Mezzogiorno, Molise compreso, è molto sensibile agli inviti che ci giungono dal cuore dell’Europa, e non semplice corridoio di passaggio per raggiungere altre realtà molto più propositive, almeno questo è il giudizio di chi crede di essere il “padrone delle ferriere” tant’è che la ventesima regione dello stivale non aveva e non ha assolutamente bisogno di ricorrere al “salvadanaio degli altri” tanto meno di quello della parte alta d’Italia e se lo ha fatto o lo fa, state sicuri restituisce il tutto anche con gli interessi.

Non facciamoci ammaliare dalle belle parole perché si tratta solo di belle parole e null’altro, pur di acquisire i consensi. Non cadiamo nel tranello che il federalismo ancora serve per risollevarci: è uno “specchietto per le allodole”, anche perché gli industriali del Nord hanno ribadito ancora una volta o si fa come dicono loro o chiudono i rubinetti e si torna tutti a casa; bella prospettiva, aggiungiamo noi. Rispondiamo colpo su colpo e a quelli che scrivono i nomi dei loro paesi e città in “vernacolo” ad esempio: es. Milan, che nella grande maggioranza sono Meridionali, che hanno rinnegato e rinnegano le loro origini.

Riflettiamo sui discorsi di Nitti, Sturzo, Giolitti tanto per citare alcuni “Italiani” con la “I” maiuscola, che sono giunti fino a noi attraverso i loro scritti e dialoghi. Solo in questo modo chi ha pensato e pensa di “affossarci” e di relegarci nella parte bassa delle classifiche dovrà ponderare attentamente quello che dice: perché l’Italia è una e una deve rimanere; specialmente dal punto di vista economico-finanziario.

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