#corpdelascunzulatavecchia/Energie rinnovabili: petatore, struncature e salme de lena

Oggi mi è capitato di ascoltare casualmente due persone che parlavano di calcio e mi ha colpito un aggettivo usato per definire uno dei tanti calciatori. “quille è ‘na SCHIAPPA”, riferendosi ad un giocatore scarso.

In “indialetto” campobassano la schiappa ha sempre avuto altro significato, etimologicamente non saprei, mentre in italiano, secondo il dizionario Treccani: “schiappa s. f. [etimo incerto], fam. – [persona che ha scarsa abilità in un’attività, spec. in uno sport o in un gioco: al biliardo sei una s.] ≈ (fam.) brocco, (fam.) impiastro, (pop.) (mezza) sega, nullità, (fam.) pippa, scalzacani, (fam.) scarpa, zero. ↔ asso, campione, fuoriclasse.”


Ed ho detto tutto, avrebbe detto Peppino De Filippo in “Totò Peppino e la malafemmina”. Qui invece adesso iniziamo a parlarne.
La SCHIAPPA, per quello che ne ho sempre sentito parlare io, ma non sono il depositario di niente, era la scheggia di legno che usciva dal taglio dell’albero fatto con l’ascia. Per tagliare con l’ascia bisogna prima dare un colpo dritto in basso, poi un colpo di traverso dall’alto, andando in questa maniera a tagliare una specie di cuneo dall’albero. Questa specie di cuneo, questa specie di schegge anche se di grosse dimensioni, erano le SCHIAPPE. Spesso le schiappe erano raccolte utilizzando i sacchi di iuta, e non era raro il caso di donne che riportavano a casa le schiappe nei sacchi, sacchi che portavano mettendoseli sulla testa, tipo le “tine” di rame quando prendevano l’acqua alla fonte del paese.


Le schiappe avevano una loro vita ed erano raccolte in principio dal padrone del bosco, poi man mano che il tempo passava e magari miglioravano le condizioni economiche da persone, prevalentemente donne, che usavano le schiappe per accendere e/o alimentare la stufa, la cucina economica.
Ritornando alla “silvicoltura” di una volta, abbattuto l’albero bisognava sramarlo (spicciarlo) tagliando i rami, e questa operazione era fatta ancora con l’ascia, magari usandone anche una più piccola. Dopo tolti e rami bisognava depezzare il fusto a misura di “canna”, unità di misura di circa 1,10 metri.


Una volta abbattuto l’albero bisognava depezzarlo e per farlo ci voleva una sega da utilizzare in due persone, visto che non era proprio piccola. Della sua grandezza basti dire che il suo nome in dialetto è “u struncature”. Prende nome maschile per definirla la sua grandezza. Ma eccolo “u Struncature” lungo circa due metri:
Una volta depezzato l’albero, la legna veniva disposta in “canna” cioè in un parallelepipedo di una canna di altezza e quattro canne di lunghezza del peso, legna fresca, di circa venticinque quintali. Quindi in caso di vendita della legna era indispensabile tagliarla a misure per poterla “accannare” .


Della sua grandezza basti dire che il suo nome in dialetto è “u struncature”. Prende nome maschile per definirla la sua grandezza. Ma eccolo “u Struncature” lungo circa due metri:

Volendo lo potete trovare ancora in commercio a circa duecento euro.
“u struncature” lo si usava solo per depezzare in quanto, pur utilizzando le cotenne (cotiche) rigorosamente quelle rancite (arrancetite) per lubrificarne il taglio, riscaldava il legno e quindi provocava una “castrazione” dell’albero che non sarebbe nato un nuovo albero. L’uso della cotenna (la coteca) era “consentito”, alle volte, solo nelle prime ore della giornata. Questo avveniva quando per qualche distrazione non si metteva la “cotica” al sicuro dei denti del cane che si fregava la cotica e fuggiva lontano per non essere disturbato nello “spuntino”. Sarebbe tornato solo a “spuntino” finito con somma gioia … sua. I cani allora erano affamati seriamente, forse perché oltre alle poche disponibilità dei padroni non erano ancora stati inventati i croccantini, vera svolta per i cani di casa di oggi!


Ancora sulle operazioni di sramatura: I rami dell’albero venivano depezzati con altro strumento, detto in italiano era la roncola, ma a noi villici da sempre è sempre piaciuto chiamarla la “petatora”. Quando si depezzava la legna ogni pezzo era sottoposto all’attento esame di tutti, non solo del padrone della legna, per decidere se ogni singolo pezzo potesse essere utilizzato come utensile e non come legna da ardere. A proposito di questo mi piace ricordare un mio zio in un colloquio che avemmo quando lui era ricoverato. Sembrava una cosa semplice invece quel letto divenne il suo letto di mrte, quindi quello che mi disse divenne ancora più importante. Zio Domenico (Minguccio) nel parlare del lavoro che aveva sempre fatto, appunto il contadino, sosteneva che non c’erano più i contadini d una volta. Zio Domenico sosteneva, giustamente, che una volta al contadino se serviva uno strumento di lavoro doveva costruirselo, al giorno d’oggi, invece, entri in un negozio e lo compri, o peggio ancora, apri un sito e lo compri. Vecchia saggezza contadina!


Ritornando al taglio della legna: si ricavavano tutti i manici degli attrezzi (le “stire”) tipo bidente (u buente) il forcone (la forca) ma anche l’ “ancine” dei legni a “V” che si legavano vicino al bastio (la varda) della bestia da soma (la vettura) per poter trasportare la legna. Ma soprattutto la “megliera” (non ne ho trovato nome italiano) che serviva per appendere il maiale e deprezzarlo. Eccola:

Per trasportare la legna a casa si utilizzavano le bestie da soma. Alcuni avevano i cavalli, i più erano proprietari di mezzi da soma di “cilindrata” inferiore: l’asino, la ciuccia.
Ogni bestia da soma (vettura) doveva sobbarcarsi un carico di legna di circa cento chili, ogni carico di legna che si metteva sul bastio (la varda) era detto la “salma”. …..”hai purtate a la casa dudece salme de lena”… Non si trattava di un serial killer, ma di un contadino/boscaiolo che aveva portato a casa circa dodici quintali di legna, grosso modo mezza canna.


Al ritorno dalla giornata di lavoro nei boschi la stanchezza si faceva sentire assai e soprattutto nelle salite il piede era pesante assai. Non era possibile andare a cavallo della “vettura” visto che era già carica di legna allora: ci si attaccava alla coda della bestia da soma. Si afferrava la coda dell’asino o del cavallo e ci si faceva tirare. Il posto della coda era riservato soprattutto alle donne, nonostante tutto nel mondo contadino si aveva rispetto delle donne.


Tornando al depezzamento dei rami la “zona delle operazioni” era inibita alle donne, in considerazione della forza fisica che ci voleva per usare ascia, sega e roncola. Solo una volta depezzato tutto, invece, entravano in “campo” anche le donne per raccoglie in fasci il cippato (affasciavane le ceppe). Il cippato era notevolmente importante per la cucina (c’era bisogno di fiamma per cucinare) ma anche per la cucina degli animali quando bisognava cuocere la caldaia (la chettora o se più piccola u cuttrielle) di patate e/o sfarinati vari al principe di casa …. il maiale! Tutti questi attrezzi (accetta, struncature, petatore) erano tutti utensili “alimentati” con energia rinnovabile. L’energia si rinnovava nella braccia di chi utilizzava questi attrezzi e spesso il “rinnovo” era generato dal “rosso impagliato” solitamente dalla cantina del padrone del bosco. Non c’erano alcol test che tenessero …. z’aveva beve e zitte.


Solo successivamente si passò ai carburanti di origine fossile come la miscela per le motoseghe, ma questa è altra storia .

La legna come il maiale portava abbondanza e sicurezza in casa. Ricordo nonno che mi raccontava di alcuni fratelli che avevano perso il papà ma, sembrava, non avessero nemmeno tanta voglia di lavorare. Dopo la morte del padre sembra che i fratelli dicessero: “eva vive Tata e iavame arrete arrete arret. È muorte Tata e iame ‘nanze, ‘nanze, ‘nanze”. Nell’ascoltarli tutti credevano che i fratelli si riferissero al progresso fatto, invece i fratelli si riferivano al fatto che con il padre in vita c’era chi tagliava la legna ed il fuoco era talmente forte che dovevano ritirarsi indietro per non scottarsi, morto il padre, il fuoco era fioco e dovevano avvicinarsi al camino per poter avere un poco di tepore.
Mi sono dilungato assai, offro da bere a tutti quelli ch sono arrivati sin qui a leggere. Grazie dell’attenzione e statevi arrivederci.

Franco di Biase

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