Campobasso/ Le scuole insicure e la politica dell’orticello

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Ci sono argomenti sui quali in Molise si parla molto, si fanno proclami pubblici, si promettono risorse e poi si attende che torni a calare il silenzio; caso emblematico è quello della sicurezza negli istituti scolatici. Un primo dato che emerge da una lettura, seppur parziale, della situazione (sapere lo stato dei plessi su 136 comuni è impresa difficile anche per chi istituzionalmente ha a disposizione tutte le statistiche del caso) è l’irrazionalità degli interventi sul territorio, soprattutto rispetto alla densità demografica e, di conseguenza, al numero di alunni presenti. Abbiamo assistito negli ultimi anni ad un proliferare di inaugurazioni di scuole sicure, secondo lo schema classico: annuncio da parte delle autorità competenti, manifestazione pubblica di giubilo, taglio del nastro ecc. Ma quali scuole sono state messe in sicurezza? Se andiamo a vedere nello specifico fanno bella mostra plessi scolastici moderni ed efficienti in zone interne, alcuni in qualche centro maggiore, generalmente collegabili alla fierezza di un territorio ed alla vicinanza di un politico locale. Ci sono paesi di qualche migliaio di abitanti che adesso hanno scuole, costate anche qualche milione di euro e poche decine di alunni, mentre altri vivono nell’abbandono totale.

A Campobasso, Isernia e Termoli, pur con qualche distinguo, si registrano i problemi maggiori, che nel capoluogo di regione diventano enormi e drammatici. All’ombra del castello Monforte ci sono una cinquantina di plessi considerati insicuri, alcuni definiti ad alto rischio ed oltre diecimila alunni che quotidianamente varcheranno quei portoni d’ingresso; ci sono scuole datate e fatte oggetto di varie ‘toppe’, assolutamente indifese in caso di sisma (ipotesi che, come noto, dalle nostre parti è tutt’altro che improbabile), altre a discreto rischio sismico ed altre ancora, purtroppo, da bollino nero. Le ultime inaugurazioni che si ricordano in città riguardano la ‘scuoletta’ di Via Berlinguer (un piccolo complesso edilizio che non accontenterebbe neanche le esigenze di un piccolo paese) e la sua ‘gemella’ a valle del complesso della Colozza, che è in stridente contrasto con uno degli istituti più moderni e sicuri della città. Per il resto attendiamo queste grosse operazioni di edilizia scolastica promesse dai rappresentanti istituzionali, elaborate anche sulla base di ipotesi economiche a dir poco ottimistiche (i sei milioni di euro derivanti dalla vendita a privati dei plessi di via Kennedy e Via D’Amato sono al momento previsioni vicine alla fantascienza), in un quadro che farebbe pensare ad un certo miglioramento fra tre o quattro anni ed una situazione che da drammatica diventerà solo ‘seria’ fra un paio di lustri.

Perché si è arrivati a tutto ciò? Lo dico senza remore e sulla base di quello che si è visto negli ultimi decenni: perché nella nostra regione regna la politica dell’orticello, della tutela del piccolo bacino elettorale, del piacere ai conterranei. In un paese aggiustare un paio di strade e la sede comunale è considerata opera meritoria e degna di voto, figuriamoci l’inaugurazione di una scuola; in un grande centro il gesto è apprezzato ma anche considerato un diritto. Con una manovra sull’edilizia scolastica nei centri minori si guadagna consenso ‘a divinis’; se poi da un’altra parte ci sia un problema numericamente rilevante diventa ipotesi secondaria. Non per essere pessimista oltre misura, ma diventa difficile credere che da questa situazione si uscirà facilmente, perché i cambi di mentalità dalle nostre parti sono difficili e in ogni caso attuabili in tempi biblici.

Per il momento ci toccherà una moderata rassegnazione.

Stefano Manocchio

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