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Referendum, Alfano: «Sì al rinvio se l’opposizione fosse disponibile»

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In Parlamento cresce la richiesta di rinviare la consultazione a seguito del terremoto che ha messo in ginocchio due regioni. E c’è attesa per la decisione del Tribunale di Milano sul ricorso dell’ex presidente della Consulta Onida. Cesare Zapperi  www.corriere.it

«Qualora una parte dell’opposizione chiedesse lo spostamento del referendum, mi unirei alla richiesta. Lo dico a livello personale come capo del mio movimento e credo che una richiesta di questo tipo non potrà non essere presa in considerazione». Lo ha detto il ministro dell’Intero Angelino Alfano, intervenendo in diretta su Rtl, parlando della possibilità di rinviare la data del voto per il referendum costituzionale in seguito al sisma che ha colpito il centro Italia. Alfano precisa tuttavia che formalmente «non abbiamo chiesto alcun rinvio della data elettorale» ma che si tratta di una disponibilità a valutare il da farsi. «Credo che la cultura di governo e la posizione politica di un movimento come Forza Italia - ha aggiunto il ministro dell’Interno -, guidato da qualcuno che ha dovuto subire anche dei terremoti durante la propria gestione del Paese, mi riferisco a Berlusconi e L’Aquila, conosca bene quanto diventi indispensabile recarsi sui luoghi del sisma, e quanto anche dal punto di vista dello spirito pubblico diventi difficile una campagna elettorale che separa un Paese che invece ha bisogno di essere unito».

Le posizioni
Lunedì il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva derubricato l’ipotesi a «boutade giornalistica». Eppure, con il passare dei giorni l’eventualità che si possa verificare un rinvio del referendum costituzionale si è fatta meno remota. Da un lato, è attesa a momenti l’ordinanza del Tribunale civile di Milano chiamato ad esprimersi sul ricorso presentato dall’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida che chiede di accertare, in via d’urgenza, il diritto dei ricorrenti a votare «su quesiti non eterogenei, a tutela della loro libertà di voto». Dall’altro, dopo la prima uscita dell’ex segretario del Ppi Pierluigi Castagnetti («Ci sono tre regioni coinvolte. Decine di migliaia di sfollati. Non riesco a immaginare in quali luoghi si possa votare all’interno delle zone terremotate e con quali scrutatori»), che sembrava una voce isolata, se ne sono aggiunte altre con motivazioni più ampie. Come quella del presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi.

Sacconi: «Evitiamo lacerazioni»
Per l’esponente centrista «potrebbe essere utile il rinvio per l’esigenza di evitare un ulteriore motivo di lacerazione». Più attenta a considerazioni legate alle necessità contingenti la valutazione del deputato di Civici e Innovatori Gianfranco Librandi, per il quale posticipare la consultazione significa destinare subito ai terremotati i 300 milioni necessari all’organizzazione del referendum. Ma il partito del rinvio, stando ai rumors dei palazzi romani, potrebbe allargarsi a personaggi apparentemente insospettabili. C’è, infatti, chi ritiene che tra gli interessati a rimandare tutto al prossimo anno vi siano esponenti di punta del fronte del Sì. A partire, si sussurra, dallo stesso premier Renzi. E di questo avviso sembrerebbe anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. I sondaggi continuano a dare in vantaggio, seppure di una manciata di punti, il No. Prendere tempo, osservano i più maliziosi, potrebbe essere utile alla causa di chi vuole invertire la tendenza. Ma non pregiudizialmente ostile al rinvio pare possa essere anche Silvio Berlusconi.

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