Oreste di Vittorio Alfieri al Teatro Savoia

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careccia florioLa Compagnia Stabile del Molise del teatro Comunale di Bojano, in collaborazione con la Fondazione Teatro Savoia, porta in scena “L’Oreste” di Vittorio Alfieri.

Note di regia

Nel vortice della orrenda spirale di sangue che attanaglia e contrappone le antiche famiglie di Atrèo e Tièste, ci troviamo ad Argo, nella reggia del sepolto re Agamennone, a dieci anni esatti dal suo brutale assassinio avvenuto per mano della moglie Clitennestra.

La vicenda ed i personaggi sono, in somma, quelli del mito greco e l’archètipo drammaturgico ne è ovviamente “Coefore” di Eschilo, cioè quella parte della storia che vede il figlio di Agamennone e Clitennestra, Oreste, tornare dalla Focida insieme al suo fedele amico e cugino Pilade con lo scopo di vendicare il padre defunto, uccidendo Egisto, usurpatore del trono regale, e l’adultera sua madre. La più importante novità che Alfieri propone rispetto al modello antico è questa: Oreste torna con la sola brama di uccidere Egisto.
Questa novità coincide con la straordinaria modernità del testo alfieriano rappresentata dal fatto che Oreste ucciderà comunque Clitennestra, avverando dunque i dettami dell’oracolo, ma come un lapsus, in un raptus, nell’incoscienza cioè di un agire smisurato che affonda le sue radici nell’animo buio e fondo dell’uomo, e compare in superficie come una deformazione del sentire, una vera e propria patologia o corto circuito della personalità. Non c’è il calvario nella coscienza dell’eroe greco imposto dalla dea Necessità, non c’è il lucido cammino nell’Esperienza della vita che porta alla catarsi.
Alfieri realizza uno scientifico prosciugamento dei meccanismi della tragedia antica: il rito collettivo e il riscatto sociale lasciano il posto ad una vicenda privata di uomini dall’alto sentire, la cui risoluzione dei loro conflitti tragici non può che essere la morte o, come in questo caso, la follia, che è il destino appunto di questo Oreste. Esclusi il coro e i personaggi secondari, l’azione viene affidata ai soli personaggi principali, che svuotati del loro arcaico eroismo, diventano grandiose figure di esistenze domestiche, che vivono il loro dramma all’interno delle mura di una casa, sia pure regale. L’impalcatura mitica cade e Clitennestra diventa madre, Oreste ed Elettra sono semplicemente figli, Egisto il patrigno: siamo di fronte a un prototipo di teatro borghese, in cui è la famiglia il centro delle tensioni tragiche, con tutto il carico di dolore che ne consegue. Alfieri, sembra dunque fare un percorso inverso non solo rispetto agli antichi, ma anche rispetto ai dettami culturali del suo tempo: anticipando la generazione romantica, affronta la discesa dai lumi della ragione verso il buio e il caos dei sentimenti.
Eccoci allora di fronte personaggi tutti compresi e compressi nel loro vortice sentimentale: Oreste sembra un ragazzo difficile, accecato dal desiderio di vendetta ma capace di provare un residuo d’amore per la scellerata madre, tanto che potrebbe essere capace di svenarla quanto di abbracciarla nello stesso istante; Clitennestra è una donna scissa fra il rimorso per l’uxoricidio commesso, l’amore per i figli e la pulsione erotica per Egisto; Elettra è una figlia più matura della madre, che forgiata dalla schiavitù e dall’attesa del ritorno del fratello, sembra essere capace di controllare virilmente i sentimenti, per poi lasciarsi andare in moti di puro amore e dolcezza; Pilade è il simbolo dell’amicizia più devota, capace di seguire fino alla morte Oreste, se necessario, ma pronto a dominare i bollori dell’amico con calda razionalità e risolutezza paterna; Egisto è il prototipo del tiranno tanto odiato da Alfieri, che vive l’adultero concubinaggio con Clitennestra senza provare amore, assetato di vendetta, vigliacco, ma pure non esente da una sua umana sofferenza che in parte giustifica il suo cinismo.
Spesso definito protoromantico, Alfieri affida però la costruzione del sentimento all’artificio formale tipicamente settecentesco e illuminista del verso. Ma i suoi endecasillabi sciolti si oppongono, anche polemicamente, alla cantabilità dei versi scritti per il melodramma (forma artistica imperante nel suo tempo) e divengono una potente macchina di parole forgiata appositamente per il suo nuovo teatro tragico, in cui si condensano l’agire e il sentire dei suoi umanissimi personaggi. Ne emergono in effetti figure umanamente smisurate, che all’esterno sembrano ridare una attuale immagine di personalità deformate al limite del kitsch.
Alfieri sentiva la necessità di un apparato teatrale e spettacolare che il teatro tragico italiano dell’epoca ancora non possedeva. Dedito egli stesso a rappresentare le sue tragedie all’interno delle camere gentilizie, sperava che un giorno nascessero attori e pubblico adeguati a cui affidare dietro a un boccascena le sue creature tragiche, che per forza e immediatezza di espressione sembrano, ancor più che in Shakespeare (e non me ne voglia Jan kott), nostre contemporanee.
Con umiltà il nostro gruppo ha cercato di cogliere l’invito e insieme la sfida lanciata da questo rivoluzionario conte settecentesco più di duecento anni fa: e se la follia di Oreste, anziché un grido di dolore incessante, dopo il culmine della sofferenza, fosse una lucida repressione o anestetizzazione delle sofferenze e delle nefandezze vissute? Quale stato, o nevrosi, infondo, è più spietata e attuale di questa?
Ilario Grieco
SPETTACOLO TEATRALE:
“ORESTE” DI VITTORIO ALFIERI

CON:
PAOLA CERIMELE, CHIARA CAVALIERI, RAFFAELLO LOMBARDI, DIEGO FLORIO, GIORGIO CARECCIA

REGIA: ILARIO GRIECO
SCENE E COSTUMI: SILVIA PERRELLA

6 Novembre 2013
TEATRO SAVOIA (CAMPOBASSO)
ORE 21.00

UNO SPETTACOLO PRODOTTO DALLA COMPAGNIA STABILE DEL MOLISE DEL TEATRO COMUNALE DI BOJANO (CB) IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE TEATRO SAVOIA

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