l film della settimana/ “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti (Ita)

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Pietro Colagiovanni*

Lungometraggio di esordio di Gabriele Mainetti, attore, compositore e regista italiano “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015) ha avuto un grande successo di critica ed anche di pubblico, con ben 5 milioni di euro di incassi. Ha vinto il David di Donatello, il Nastro d’Argento e il Premio Globo ed è stato accolto in alcuni casi in modo entusiastico dalla critica cinematografica italiana.

La storia è quella di un ladruncolo della periferia romana Enzo (Claudio Santamaria) che tuffandosi nel Tevere per sfuggire alla polizia incappa in alcuni bidoni di sostanze radioattive che gli donano una forza sovrumana e invulnerabilità. Si accorge di questo suo nuovo status solo dopo un conflitto a fuoco con alcuni trafficanti durante una missione per recuperare un carico di cocaina. I suoi compagni restano uccisi, lui, colpito da una pallottola, cade nel vuoto e resta miracolosamente illeso. Successivamente Enzo salva dalle grinfie di una banda criminale Alessia (Ilenia Pastorelli), figlia di uno dei compagni morto nello scontro a fuoco, una ragazza con disturbi psichici appassionata della serie di cartoni animati giapponesi Jeeg Robot d’acciaio.

Alessia pensa che Enzo sia davvero Jeeg Robot e così si introduce uno dei leitmotiv del film, il rapporto tra Enzo e Alessia, una vicenda che sfocerà in una vera e propria storia d’amore . L’altro filo conduttore della trama è la lotta di Enzo contro la banda di trafficanti coinvolta nella sparatoria mortale, capeggiata dall’ ambizioso e spietato Fabio Cannizzaro detto lo Zingaro (Luca Marinelli). Una lotta senza quartiere con un finale a sorpresa, spettacolare, sullo sfondo dello Stadio Olimpico . Si intersecano su questo filone anche altre vicende, come il rapporto con un gruppo di trafficanti napoletani, in cui appare uno dei volti eponimi della serie Tv Gomorra Salvatore Esposito.

Il film è sostanzialmente il tentativo, parzialmente riuscito, di lanciare un nuovo genere, che potremmo definire Spaghetti Marvel, l’Uomo Ragno o Batman immersi nella periferia romana. L’idea molto interessante e probabilmente si ispira a quanto riuscimmo a fare oltre mezzo secolo fa con il genere western americano. In questo caso però lo spunto interessante rimane solo uno spunto. In primo luogo pesa l’ambientazione: Roma e la sua periferia, spesso degradata, fa a cazzotti con la storia dei supereroi da fumetto cui evidentemente si ispira il film. Tor Bella Monica non è Gotham City è questo impatta molto sulla resa finale. In secondo luogo la mano del regista è classica, nella migliore tradizione del neorealismo italiano.

L’innesto dei superpoteri non funziona appieno con la dimensione intimistica, sofferta della gente comune come Enzo, borgataro alla ricerca di un senso alla sua vita in loop o come Alessia, vittima di abusi e rinchiusa in una ferrea dimensione onirica. Pesa anche una sceneggiatura piena di buchi ed una mancanza di ritmo che fa a cazzotti con un eventuale, anche se rivisitato, film di supereroi. La fotografia invece è molto bella ma Claudio Santamaria non sfonda e ci regala una recitazione piuttosto anonima. L’unico che riesce davvero a fondere le due tradizioni narrative in modo superbo è Fabio lo Zingaro, grazie anche ad un’interpretazione magistrale di Luca Marinelli. Sembra davvero Joker, uno psicopatico dallo sguardo allucinato e sadico, un megalomane e un folle. Ma, appunto, resta solo lui. Non è poco ma non è, chiaramente, sufficiente.

Voto 2,5/5 *imprenditore, comunicatore, fondatore del gruppo Terminus

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