Crisi di governo, diciamoci la verità: chi ama veramente l’Italia e vuole lavorare a testa bassa per il suo bene?

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata in redazione da un nostro lettore.
Caro direttore, 
Certo che noi italiani siamo proprio affezionati alla precarietà! La recente crisi di governo mi porta a fare alcune riflessioni, a cui mi auguro voglia dare spazio. 
Che l’unione giallo-verde non fosse un matrimonio, era chiaro sin dall’inizio, ma si sperava, dopo i comportamenti di certi predecessori e a seguito di una oggettiva valutazione dello stato del nostro Paese, che si mettessero da parte le solite beghe di parte per portare avanti programmi di rinascita e sviluppo. I fattori che non hanno condotto a questo sono svariati. Non essendo io un analista politico, mi permetto solo di dire che se da un lato la Lega ha voluto, con inaspettato anticipo, recidere il legame con i pentastellati, dall’altro questi ultimi hanno continuato a viaggiare sull’onda dei no, di un idealismo senza costrutto e a volte anche di poca perizia, come è accaduto a proposito dei vaccini e delle organizzazioni museali. Nella dialettica tra i due mi sembra sia emerso in tutta la sua forza quanto Tito Livio diceva: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”: mentre a Roma si delibera, Sagunto è espugnata. Cioè: discutere va bene, ma non si deve temporeggiare, poiché i problemi tendono ad aggravarsi.
Il buon Alessandro Manzoni diceva che il torto e la ragione non stanno mai da una parte sola e ne sono convinto, ma sono anche convinto che le rispettive proporzioni cambino a seconda delle circostanze.
Quello che mi lascia più perplesso è l’apparente cambiamento di rotta dei pentastellati nei confronti del Pd e di quest’ultimo nei confronti del partito di Grillo. Per mesi hanno mostrato in pubblico una idiosincrasia o, per meglio dire, una incompatibilità, ora starebbero cercando di trovare una sintesi. In tutta onestà, la suddetta incompatibilità a me è sempre parsa inesistente, perché li vedo entrambi situati sullo stesso fronte: entrambi imbarazzati nei confronti di temi come l’ordine pubblico e la sicurezza, perplessi dinanzi al concetto di identità nazionale, volutamente declinato in modo negativo se non pericoloso, affezionati alla logica del “sei politico” e del livellamento delle competenze, oscurando i meriti personali e le capacità dei singoli, adepti di una cultura sprezzante nei confronti dell’uomo come quella che inneggia ad aborto, fine vita, mondo Lgbt, scarsamente concreti quando si tratta di cambiare assetti istituzionali che, alla prova dei fatti, non si sono dimostrati efficaci. 
Se ci spostiamo sul fronte opposto, credo sia abbastanza lapalissiano che i leghisti non abbiano staccato la spina solo per via della politica del diniego dei loro colleghi di governo, e quindi anche in questo caso ci sarebbe da fare un mea culpa.
Questo “annus mirabilis” o, se vuole, “horribilis” della politica testimonia ancora una volta che l’amore per l’Italia è un concetto poco insito nel nostro DNA, che tenta ogni tanto di farvi capolino, ma poi viene rigettato da personalismi e improvvisazioni.
Tutto questo avrà ripercussioni anche sul nostro piccolo Molise, snobbato di default dai più e poco considerato dai nostri stessi corregionali. Se prima eravamo in attesa con quella poca speranza ancora rimasta, adesso rimaniamo in apnea augurandoci di non rimanere perennemente nei fondali.

Davide De Castris

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