Agricoltura/ I legumi, in Italia e in Europa, arrivano da altri mondi

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Dal blog di Pasquale Di Lena

Un tempo (fino agli ’60) eravamo, con 640.000 tonnellate, produttori di legumi secchi (fagioli, fave, ceci, lenticchie, piselli), poi abbiamo cominciato ad abbandonare queste colture fino ad arrivare a 135.000 tonnellate, nel 2015, il punto più basso raggiunto. In poco più di cinquant’anni una perdita di produzione pari all’81%. Nel 2016 è iniziata la ripresa e, nell’arco di due anni, siamo risaliti a 200.000 tonnellate di legumi secchi, ciò che ci porta ad occupare l’8° posto in Europa.Nonostante questa ripresa , l’Italia e l’Europa, continuano ad essere fortemente dipendenti dalle importazioni di tutti i legumi secchi. Per fortuna l’Italia ha cominciato ad invertire la curva, oggi infatti, con circa 200.000 tonnellate, si colloca all’8° posto in Europa per la produzione di legumi secchi.

Secondo un report realizzato dall’istituto di ricerca Areté per conto dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, l’Italia per soddisfare la propria domanda dipende dalle importazioni:98% per le lenticchie, 95% per i fagioli, 71% per i piselli, 59% per i ceci. In pratica siamo fortemente carenti di produzione di proteine, quelle nobili, nonostante i tanti terreni vocati, ma abbandonati; i problemi per il clima creati dallo sviluppo delle stalle super intensive per la produzioni di carni e, anche di latte. Ricordo sempre l’idea della Granarolo, fatta propria dalla classe dirigente e politica molisana di invadere la piccola regione di poco più di 4mila chilometri quadrati con un afflusso dal Nord di manze che andavano ad occupare una stalla di 100 ettari di superfici!) Pensiamo a quanti legumi secchi possono produrre questi 100 ettari e a quanti benefici per il clima, l’ambiente, la fertilità stessa dei terreni. Una scelta politica che,, per fortuna, non è andata in porto grazie alla lotta dei molisani che ha portato a far vincere per la prima volta il territorio.

Rispetto alla media europea, nell’anno 2016 (ultimi dati disponibili per la UE), l’Italia ha importato il 65% del suo consumo, contro il 33% della UE. Per quanto riguarda la soia le superfici a coltura hanno interessato il 35% del totale raggiungendo il 40% della produzione europea e collocando l’Italia tra i principali produttori. Come per il resto della UE, anche se in misura minore, le importazioni nazionali soddisfano un’ampia fetta dei fabbisogni: si calcola che nel 2017 abbiano raggiunto il 57% del consumo presunto. Ci sono, soprattutto, se viene sostenuta la scelta dell’agricoltura biologica e ampliata la sua attuale superficie, ampie potenzialità, tutte da sviluppare per affermare la sostenibilità e, con essa, un nuovo modo di fare agricoltura.

Una necessità per un mondo che, con la crescita della sua popolazione, ha bisogno sempre più di agricoltura e di cibo. E, quindi, ha sempre più bisogno di terreni fertili, non inariditi da pratiche proprie di un’agricoltura industrializzata ricchi di sostanza organica, di proteine per un’alimentazione corretta sana.

Siamo nel pieno di un campagna non facile di raccolta delle olive e nel vivo di degustazioni che hanno come protagonista l’olio di oliva nuovo. C’è il bicchierino per l’assaggio, anche se per prima arriva la tentazione del dito, ma, l’olio nuovo non si assaggia, si mangia con fette di pane o spicchi di pizza bianca, coperti di olio, e, soprattutto con fagioli o ceci, affogati in un piatto di olio di oliva, per sentire il piacere delle bontà espresse dai nostri territori.

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