3,7 milioni di occupati con accordi ‘ibridi’

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Secondo un’elaborazione della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, sono 10 milioni i lavoratori né dipendenti, né autonomi, con ‘smart working’, a 50 anni dallo Statuto dei lavoratori, nel pieno di un’emergenza che sta cambiando il lavoro di milioni di italiani, per la prima volta si deve cogliere l’occasione di ripensare all’organizzazione del lavoro in Italia.

Avanza, nel nostro Paese, l’esercito di occupati ‘ibridi’, né del tutto subordinati, né pienamente autonomi: sono 3,7 milioni (il 16,3% del totale), infatti, già oggi, 3,7 milioni di occupati (il 16,3% del totale) si trovano al di fuori degli incardinamenti tradizionali di lavoro autonomo e dipendente: 665 mila sono i lavoratori autonomi monocommittenti (2,9%) e più di 3 milioni i lavoratori dipendenti a termine (13,4%),se a questa quota aggiungiamo 6,2 milioni di lavoratori a tempo indeterminato che potrebbero essere occupati in smart working (27,4%), si arriverebbe ad una platea di quasi 10 milioni (43,7%) di lavoratori “ibridi” le cui modalità di erogazione della prestazione si collocano a cavallo tra lavoro dipendente e lavoro autonomo.

Il fatto che 4 milioni e mezzo di dipendenti (di cui 2 milioni 285 mila della Pa) si siano ritrovati per due mesi a lavorare da casa, secondo modalità più vicine a prestazioni di tipo autonomo che non subordinato, ha assottigliato i confini tra queste due tipologie di lavoro.

L’analisi per classe d’età evidenzia, inoltre, che si tratta di fenomeni in forte accelerazione, considerato che tra le componenti di lavoratori più giovani, tale quota è molto più elevata, pari al 67,5% tra gli under 25 e 48,2% tra i 25-34enni. Italia.

I consulenti del lavoro esternano l’urgenza di una revisione complessiva della legislazione sul lavoro, in Italia, per allinearla alle esigenze di un sistema economico e produttivo che guarda sempre più alla prestazione lavorativa, a partire dalle figure maggiormente qualificate, in termini di risultato più che di orario.

È necessario, dunque, “costruire un nuovo modello di tutele, che accompagnino il lavoratore lungo tutto l’arco della vita, garantendo una nuova piattaforma di diritti legati alla manutenzione del suo saper fare, all’apprendimento continuo e alla formazione per ridare a tanti lavoratori a rischio di fuoriuscita dal mercato un sistema di garanzie”.

Una delle chiavi di volta nell’elaborazione di questo nuovo Statuto è senza dubbio l’investimento nella formazione continua, nella riqualificazione professionale e nell’accrescimento delle competenze del lavoratore. Proprio per questo nel decreto Rilancio è stato introdotto il ‘Fondo Nuove Competenze’”.

L’attualizzazione dello Statuto per accorciare le distanze tra un mercato del lavoro fatto di molteplici regole, spesso inadeguate, e i reali bisogni dei lavoratori.

Un aggiornamento indispensabile soprattutto in questo momento di emergenza economica e occupazionale per il Paese, crisi che colpirà soprattutto i segmenti meno qualificati della forza lavoro, acuendo quei processi di polarizzazione e divaricazione del mercato del lavoro che già lo sviluppo tecnologico aveva promosso negli ultimi anni, pertanto, è necessario “costruire un nuovo modello di tutele, che accompagnino il lavoratore lungo tutto l’arco della vita, garantendo una nuova piattaforma di diritti legati alla manutenzione del suo saper fare, all’apprendimento continuo e alla formazione per ridare a tanti lavoratori a rischio di fuoriuscita del mercato un sistema di garanzie.

Alfredo Magnifico

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