Il diabete potrebbe presto essere trattato per via orale. Lo dice uno studio giapponese

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Gli scienziati dell’Università di Tokyo hanno annunciato giovedì 31 ottobre, che hanno creato un composto che aiuta il corpo a controllare il glucosio nel sangue.È noto che il glucosio è il “combustibile” del corpo umano che è vitale per il funzionamento degli organi, ma se in eccesso può portare al diabete di tipo 2, una condizione che può causare malattie cardiache, ictus e insufficienza renale.I medici dicono che l’incidenza del diabete di tipo 2 è schizzata nel corso degli ultimi decenni, qualcosa che trova la sua maggiore causa nel crescente numero di persone in sovrappeso.

Sono molteplici, infatti, gli studi che hanno dimostrato che le persone obese tendono ad avere livelli più bassi di adiponectina, un ormone che regola il glucosio e aumenta l’efficacia di insulina.Ora in Giappone alcuni ricercatori hanno sviluppato un composto che hanno chiamato AdipoRon che imita gli effetti dell’ormone. A differenza della adiponectina, l’AdipoRon non si scompone passando attraverso l’intestino.L’AdipoRon potrebbe, quindi, essere utilizzato quale possibile trattamento per via orale per il diabete, secondo Toshimasa Yamauchi, un membro del team di ricerca e docente presso la Scuola di Medicina presso l’Università di Tokyo.L’obiettivo dell’equipe nipponica è quello di lanciare i test clinici in pochi anni.I medici consigliano alle persone con diabete di tipo 2 di mangiare in modo sano e fare esercizio fisico, ma i ricercatori hanno evidenziato che questi suggerimenti, apparentemente di semplice realizzazione, il più delle volte si rivelano come una sfida insuperabile.La terapia dietetica, hanno evidenziato in un comunicato stampa, non è semplice neanche per le persone sane. E non importa anche se non sono obese o hanno una malattia.Così come le opportunità per l’esercizio fisico si sono inevitabilmente ridotte drasticamente, in tendenza con una società sempre più automatizzata.Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” che sottolinea l’importanza della ricerca in questione pubblicata sulla versione online di Nature, rileva come la stessa rappresenti una speranza concreta per una delle malattie che causa più decessi e incalcolabili costi sociali per i welfare degli stati.

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