Il film della settimana/”Pendular” di Julia Murat (Bra)

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Pietro Colagiovanni*

Vincitore del premio della critica al Festival di Berlino del 2017 Pendular della regista brasiliana Julia Murat è un film che si muove tutto all’interno di una coppia di artisti, di cui non viene fatto nemmeno il nome. Lei è una ballerina, lui uno scultore e insieme condividiono un grande spazio, un vecchio capannone dove svolgono le rispettive attività. Tutto nasce dalla decisione, presa di comune accordo, di dividere questo spazio e delimitare le rispettive zone di lavoro con una linea di demarcazione.

Da qui nasce un tensione artistica e di coppia, in cui si alternano momenti personali (un aborto non condiviso da lui) e professionali (un nuovo balletto con critiche non esaltanti per lei, un’opera che non convince un amico critico per lui). Partiamo dai punti di forza di questo film, che sono essenzialmente di natura estetica. Il film è quasi un documentario sulla danza moderna, con lunghe sequenze di ballo, molto ben interpretate.

Gli attori, specie lei ( Raquel Karro) sono molto bravi e espressivi, la fotografia è interessante, i luoghi suggestivi ed evocativi. Oltre questo però non c’è molto altro. Il film non convince forse perchè non è neanche un film di narrazione, quasi più un documentario o comunque una descrizione di un microcosmo di arte e di artisticità.

Non c’è una vera narrazione, i dialoghi, secondo l’egida minimalista in voga nel cinema di autore (ma non tutti sono poi Kaurismaki) quasi inesistenti, il pathos è evocato ma praticamente mai raggiunto. E poi c’è una questione di politicamente corretto che questo film condivide con la quasi totalità dei film d’autore girati in questi anni. Le trame, incluso questo Pendular, si svolgono in un’ambiente in cui è superato o comunque non rappresenta mai un problema, una questione che di solito angustia il 99% delle persone reali: i soldi.

Anche in Pendular parliamo di persone libere dai bisogni materiali, che non devono sbarcare il lunario alla fine del mese e le cui dinamiche sono tutte concentrate sulle proprie passioni, aspirazioni, bisogni emotivi. Insomma sono membri dell’1% della popolazione e non si sa nemmeno perchè.

Questo rende questo film, tanto politicamente corretto, anche tanto emotivamente povero. La realtà fuori è molto diversa molto più problematica, nel Brasile di Bolsonaro come in tutti i paesi del mondo. Ma in quell’isola felice, in quel loft dove due artisti compagni nella vita si beccano per dividere uno spazio dove poter ballare o realizzare statue, di tutto questo non arriva il benchè minimo sentore.

Voto 2,5/5

*imprenditore, comunicatore, fondatore del gruppo Terminus

per commenti, recensioni o sollecitazioni e suggestioni cinematografiche potete contattarmi a [email protected].it

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