Studio e consapevolezza antidoti contro le mafie. Gli studenti di Mantova incontrano Vincenzo Musacchio
- redazione informamolise
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L’Istituto Superiore “Enrico Fermi” e l’I.T.E.S. “Alberto Pitentino” di Mantova hanno vissuto un’importante giornata di formazione civica grazie all'incontro con il criminologo Vincenzo Musacchio.

In un’aula era gremita, ha regnato per oltre due ore un silenzio carico di attenzione: oltre 300 studenti hanno partecipato attivamente, dimostrando come i temi della legalità e della responsabilità civile interessino profondamente le nuove generazioni.
L’evento ha offerto una prospettiva diretta sulla lotta alla criminalità organizzata, mettendo in luce sia gli aspetti investigativi sia quelli culturali e sociali della prevenzione. Il professor Musacchio ha presentato testimonianze profonde e personali riflessioni, soffermandosi in particolare sul rapporto affettivo
e professionale con il suo maestro Antonino Caponnetto.
Questo legame è servito a contestualizzare la dimensione umana dell’impegno antimafia: non si tratta solo di operazioni giudiziarie, ma di costruire un tessuto sociale resistente alla violenza e alla corruzione.
Musacchio ha illustrato come gli effetti della mafia non siano esclusivamente economici o legali, ma incidano profondamente sulle relazioni familiari, sulle opportunità lavorative e sulla fiducia nelle istituzioni, con conseguenze a lungo termine per la coesione sociale. Oltre la mafia dobbiamo lottare anche la mafiosità, citando come esempio Rita Atria la quale riteneva che, prima di combattere la mafia, fosse necessario fare un autoesame di coscienza, poiché "la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci".
Particolarmente toccante è stata la proiezione del cortometraggio “Una Vita per la Legalità”, realizzato dai ragazzi del Carcere Malaspina di Palermo. Il cortometraggio è stato presentato come un esempio concreto di come il ravvedimento e la scelta della giustizia siano percorsi possibili anche nelle situazioni più difficili: il lavoro creativo e collettivo di ex detenuti ha offerto uno spunto di riflessione sulla possibilità di reinserimento sociale attraverso l’istruzione e la responsabilità personale. Durante
il dibattito, l’attenzione si è poi spostata sui pericoli delle nuove droghe sintetiche, con
particolare focus su sostanze come il fentanyl e i nitazeni.
Musacchio ha illustrato in termini chiari e tecnici perché queste sostanze rappresentano minacce particolarmente insidiose: il fentanyl, ad esempio, è un oppioide sintetico molto più potente della morfina e dell’eroina, e piccoli errori di dosaggio possono essere fatali; i nitazeni, una classe emergente di sintetici,
sono meno noti ma altrettanto pericolosi per la loro potenza e per la difficoltà di controllo nella produzione illecita. L’intervento ha incluso anche considerazioni sulle politiche di contrasto alla criminalità organizzata: Musacchio ha rilevato che efficacia investigativa e repressione penale devono andare di pari passo con interventi di natura preventiva come educazione alla legalità nelle scuole, politiche socio-economiche che riducano l’esclusione e programmi di riabilitazione per chi ha commesso reati.
Sono stati citati esempi di buone pratiche, come progetti scolastici di educazione civica partecipativa, collaborazioni tra istituzioni e associazioni locali e iniziative
culturali che valorizzano la memoria delle vittime della mafia come strumenti di
sensibilizzazione. Nel corso della conclusione, Musacchio ha affermato l'importanza della cultura come strumento essenziale nel contrasto del crimine organizzato: «La lotta alle mafie ha bisogno del vostro studio e del vostro impegno».
Ha motivato quest’appello con ragioni concrete: lo studio fornisce conoscenze, capacità critica e strumenti per comprendere meccanismi economici, giuridici e sociali che alimentano l’illegalità; l’impegno civile traduce queste competenze in scelte quotidiane che consolidano uno spazio pubblico più giusto.
Citando il desiderio di Caponnetto, ha congedato gli studenti con un accorato invito: «Studiate, studiate, studiate», indicando nello studio non un fine autoreferenziale ma un mezzo per l’emancipazione personale e il bene comune.