Pietracatella/Di Giacomo: tanti sospetti , ma le prove restano poche
- redazione informamolise
- 5 ore fa
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“Sul caso di Pietracatella bisogna dire una cosa con chiarezza: difficilmente ci saranno iscrizioni nel registro degli indagati prima di un mese, forse anche di più. Oggi siamo davanti a molti sospetti, a diverse piste interpretative, ma a poche, pochissime prove realmente capaci di sostenere in modo solido una teoria investigativa”.

Lo afferma Aldo Di Giacomo, con trent’anni di esperienza nel sistema penitenziario, psicologo ed esperto di criminologia, da anni impegnato nell’analisi dei fenomeni criminali più brutali degli ultimi decenni. “Dal punto di vista psicologico e criminologico — spiega Di Giacomo — il campo resta ristretto a due persone, che potrebbero aver agito da sole oppure insieme. Ma una valutazione criminologica non è una prova giudiziaria. È un’indicazione, una lettura, una direzione possibile. Per arrivare a un’indagine formale servono elementi oggettivi, riscontri tecnici, compatibilità temporali, tracce, contraddizioni documentabili. E al momento, almeno per quanto emerge, questo materiale non appare ancora sufficiente”.
Secondo Di Giacomo, anche sul veleno “bisogna evitare ricostruzioni da romanzo”. “Per noi la pista più coerente resta quella di una sola somministrazione di ricina. Non una serie di episodi confusi, non una costruzione fantasiosa con passaggi multipli e scenari da laboratorio criminale. Una sola somministrazione, mirata, probabilmente consumata in un contesto di prossimità, da parte di chi aveva accesso, occasione e conoscenza dell’ambiente familiare”.
Quanto alla nuova ispezione nella casa della famiglia Di Vito, Di Giacomo osserva: “È un passaggio investigativo importante, ma non necessariamente conclusivo. In casi come questo la casa non è soltanto il luogo fisico della tragedia: è anche il contenitore di relazioni, abitudini, oggetti, alimenti, accessi, movimenti e dettagli che possono assumere significato solo se collegati tra loro. È normale che gli investigatori tornino più volte nello stesso ambiente, perché una seconda o terza lettura della scena può far emergere elementi sfuggiti all’inizio o diventati rilevanti alla luce di nuovi accertamenti”.
Fondamentale, secondo Di Giacomo, sarà anche il lavoro sui dispositivi sequestrati. “Telefoni e computer possono dire molto, forse più delle dichiarazioni rese a caldo. Messaggi cancellati, ricerche online, cronologie, contatti, spostamenti, chat, fotografie, eventuali tensioni familiari o relazionali: tutto può contribuire a ricostruire un quadro più preciso. Ma anche qui bisogna stare attenti: un elemento digitale da solo raramente basta. Serve inserirlo dentro una catena di riscontri, altrimenti resta un indizio isolato”.
Per Di Giacomo, comunque, “le visite nella casa non sono affatto finite”. “Anzi, è probabile che ci saranno ulteriori accessi, nuovi sopralluoghi e verifiche mirate. Più l’indagine va avanti, più alcune domande diventano specifiche: dove poteva essere stato collocato il veleno, chi poteva accedere a determinati spazi, quali oggetti sono stati manipolati, quali alimenti o contenitori possono essere compatibili con l’ipotesi della somministrazione. È un lavoro progressivo, non una scena da fiction in cui al primo sopralluogo si trova tutto”.
Poi l’affondo sulla pressione mediatica: “Da settimane assistiamo a una processione infinita di pareri, ipotesi, contro ipotesi, teorie psicologiche improvvisate e ricostruzioni sempre più fantasiose. Il problema è che tutto questo non porta da nessuna parte. Non aiuta gli investigatori, non aiuta la verità e non aiuta nemmeno la famiglia delle vittime. Serve solo ad alimentare l’audience dei tanti programmi televisivi che, dopo aver detto tutto e il contrario di tutto, non sanno più cosa inventarsi”. “Un caso così complesso — aggiunge — non si risolve nei salotti televisivi. Non si risolve con il sospetto gridato, con il dettaglio trasformato in prova o con la teoria costruita per riempire una puntata. Si risolve con il lavoro silenzioso degli investigatori, con gli accertamenti scientifici e con la pazienza di chi sa che la verità giudiziaria ha tempi diversi da quelli della televisione”.
“Qui però sembra che molti abbiano dimenticato un punto essenziale: Pietracatella è un caso reale, non una fiction da seguire quotidianamente aspettandosi a ogni puntata una novità, un colpo di scena o un nuovo personaggio da mettere al centro della scena. Dietro questa vicenda ci sono morti, dolore, una famiglia distrutta e una comunità ferita. Trattarla come una serie televisiva significa togliere rispetto alla tragedia e trasformare l’informazione in intrattenimento”. “Il rischio più grande — conclude Di Giacomo — è creare un colpevole mediatico prima ancora di avere un indagato vero. A Pietracatella il cerchio criminologico può anche essere ristretto, ma senza prove solide non si va da nessuna parte. E trasformare i sospetti in certezze solo per fare ascolti sarebbe l’ennesima violenza su una tragedia che merita rispetto, rigore e silenzio operativo”.