Pietracatella/Di Giacomo: si cerca il movente nella vita delle vittime. Il digitale può dire quello che la scena del crimine non dice più
- redazione informamolise
- 1 giorno fa
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“Nel caso di Pietracatella siamo entrati in una fase decisiva: non si cerca più soltanto il veleno, si cerca soprattutto il movente. L’acquisizione dei cellulari, dei computer e dei dispositivi elettronici di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi dimostra che gli investigatori stanno provando a ricostruire la vita delle vittime nelle ore, nei giorni e forse nei mesi precedenti alla morte”.

Lo afferma Aldo Di Giacomo, psicologo, esperto di criminologia, impegnato da oltre
trent’anni nell’analisi dei fenomeni criminali più brutali e profondi del nostro Paese.
“Dal punto di vista psicologico e criminologico — prosegue Di Giacomo — continua a
ritenere che siamo davanti a un omicidio di prossimità. Chi ha agito conosceva la famiglia, conosceva le abitudini, conosceva i tempi della casa e sapeva come colpire senza destare immediatamente sospetti.
La ricina non è un’arma da aggressione improvvisa: è uno strumento freddo, silenzioso, premeditato. È il veleno di chi vuole cancellare una famiglia facendo sembrare tutto, almeno all’inizio, una tragica fatalità”. Secondo Di Giacomo, il ritorno della Scientifica nell’abitazione e l’attenzione sui dispositivi elettronici segnano un passaggio investigativo centrale.
“Quando la scena materiale del crimine non parla più abbastanza, parlano i telefoni.
Messaggi cancellati, chat, contatti, silenzi, tensioni, confidenze, rapporti familiari e personali possono diventare la vera scena del crimine digitale. Spesso, nei delitti di prossimità, la chiave non è lontana: è nelle relazioni, nei rancori, nelle frustrazioni, nelle dinamiche affettive o familiari che precedono il fatto”.
Per Di Giacomo, il cerchio resta ristretto.
“Lo dico con la prudenza necessaria: dal punto di vista criminologico il cerchio si stringe attorno a due persone, che possono aver agito da sole oppure insieme. Ma un conto è l’analisi del comportamento criminale, altro conto sono le prove. E qui sta la vera difficoltà degli inquirenti: trasformare una pista forte in evidenza certa, diretta, scientificamente sostenibile”.
Di Giacomo invita però a non caricare l’indagine di aspettative irrealistiche.
“Su questo caso si sta creando una pressione mediatica enorme. La ricerca continua dello scoop, la necessità di riempire spazi televisivi e giornalistici, il rischio di diffondere notizie non pertinenti o addirittura fuorvianti pur di mantenere alta l’audience, possono produrre un effetto pericoloso: mettere ulteriore pressione sugli investigatori e spingere l’opinione pubblica ad attendersi una soluzione rapida, perfetta, cinematografica”.
“Ma la realtà investigativa è diversa dalla televisione. Non sempre un caso si chiude con la prova schiacciante, con l’impronta decisiva, con il messaggio risolutivo o con la confessione finale. In vicende come questa, costruite sul veleno, sul silenzio e su rapporti di prossimità, può essere molto difficile arrivare a prove certe e definitive. Proprio per questo serve un’indagine paziente, rigorosa, libera da pressioni esterne e lontana dalla tentazione di offrire subito un colpevole all’opinione pubblica”.
“Bisogna evitare scorciatoie — conclude Di Giacomo — perché un delitto così non si risolve con l’intuizione, ma con le prove. L’esperienza ci insegna che nei grandi casi di cronaca il rischio è sempre lo stesso: costruire un colpevole prima ancora di avere la certezza del colpevole. Il caso Garlasco dovrebbe aver insegnato qualcosa. Qui serve fermezza, ma anche prudenza. Perché mandare in galera la persona sbagliata sarebbe un secondo disastro dopo la morte di due innocenti”.