Il valore del Sindacato si misura da come rappresenta gli ultimi
- redazione informamolise
- 13 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Di fronte alla babele sindacale e dopo circa 50 anni di militanza attiva mi domando: “oggi con tutti i cambiamenti che stanno avvenendo ha ancora senso il sindacato?”
Siamo dentro un cambiamento profondo, accelerato, spesso indecifrabile, non sappiamo dove ci porterà, ma ci accorgiamo che il cambiamento sta trasformando: il lavoro, l’economia, la società, l’intelligenza artificiale, siamo nel vortice di; piattaforme digitali, transizione ecologica, nuove catene globali del valore: tutto si muove con una velocità che disorienta.

In mezzo a questo vortice di stravolgimenti epocali sorge spontanea la domanda; ha ancora senso il sindacato vecchia maniera?
Un tempo il lavoro era concentrato, riconoscibile, spesso stabile, oggi è frammentato, mobile, incerto, contratti brevi, appalti a catena, lavoro autonomo, falsificato e troppo somigliante al lavoro dipendente, piattaforme che distribuiscono turni e compensi tramite algoritmi.
Quando il lavoro si disperde, i lavoratori diventano più soli, mancano i punti di aggregazione; dopolavori, cral, mense aziendali, tutto distrutto, per cui la solitudine, nel lavoro, non è solo psicologica: è assenza di potere contrattuale.
Il sindacato, non è solamente “servizio” ma un luogo di relazione, uno spazio in cui il lavoro ritrova la sua dimensione collettiva, dove si dovrebbe costruire ciò che la frammentazione tende a dissolvere: il senso di appartenere a qualcosa di più grande del proprio “contratto individuale”.
Il sindacato nacque per unire mondi diversi nel lavoro, oggi questa funzione è vitale, le disuguaglianze crescono: tra generazioni, territori, lavori ricchi e lavori poveri, stabili e precari, senza quel soggetto, capace di tenere insieme queste fratture, il rischio è una corsa al ribasso: una guerra di sopravvivenza tra chi ha poco e chi ha pochissimo.
La missione del sindacato dovrebbe essere quella di tenere insieme, senza omologare, dare voce a una pluralità di condizioni, senza ridurle a una sola, un luogo dove le differenze non diventano barriere ma risorse per costruire un “noi” ampio.
Le transizioni non si fermano, si governano: digitalizzazione, transizione ecologica, invecchiamento demografico: questi processi non sono negoziabili, accadranno comunque.
Il costo del cambiamento, senza mediazione sociale, lo pagheranno: lavoratori fragili, giovani, periferie.
Il sindacato ha la missione di governare-negoziare il cambiamento, non bloccarlo, stabilire tempi, tutele, formazione, ricollocazioni, trasformare transizioni inevitabili in transizioni giuste.
Oggi al sindacato è chiesto un passo ulteriore: esercitare la propria autonomia come soggetto politico, non come partito, ma come voce della società del lavoro, non può essere neutrale su scelte che riguardano lavoro, welfare, industria, formazione, transizioni tecnologiche ed ecologiche, guerra e pace. Deve essere soggetto autonomo e autonomia significa assumersi la responsabilità di dire “noi”, portando dati, esperienza, visione.
Un sindacato forte non è quello che urla ma è quello che argomenta, che propone, che costruisce.
Come tutte le istituzioni nate nel Novecento, anche il sindacato deve rinnovarsi profondamente: parlare ai giovani, ai precari, ai freelance, ai lavoratori delle piattaforme deve aggiornare; linguaggi, strumenti, partecipazione, deve stare nei luoghi digitali del lavoro, non solo in quelli fisici, deve offrire servizi, formazione continua, supporto nelle transizioni.
Quando il lavoro cambia pelle, serve qualcuno che tenga insieme la società mentre cambia, senza corpi intermedi forti, la società si polarizza; decisioni calate dall’alto da una parte, conflitti esplosivi o individualismo estremo dall’altra ed in mezzo, il vuoto.
Il sindacato è uno degli strumenti che le democrazie hanno costruito per impedire che il vuoto sociale diventi abbandono.
Il lavoro non è solo una relazione tra individuo e impresa: è il cuore del patto sociale e mentre il lavoro cambia pelle, non ci si può permettere di perdere la voce che lo rappresenta, occorre trasformarla, aggiornarla, renderla più inclusiva, ma non se ne può fare a meno.
Il futuro del lavoro non si giocherà solo nelle aziende o nei laboratori di ricerca, ma si giocherà soprattutto nei luoghi della rappresentanza, della contrattazione, della mediazione sociale.
E senza un sindacato capace di rinnovarsi e di esercitare la propria autonomia si rischia di affrontare il più grande cambiamento degli ultimi decenni senza uno degli strumenti fondamentali per renderlo giusto.
Alfredo Magnifico



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