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A proposito di referendum Giustizia

  • redazione informamolise
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Confesso che sono stato roso da un dubbio amletico se votare sì o no al referendum sulla riforma giustizia, dopo il 2006.governo Berlusconi, il 2016 governo Renzi, il 2026 governo meloni la riforma proposta è stata nuovamente respinta dal popolo.


Ma capire che cosa si è mosso durante questa campagna referendaria e cosa continua a muoversi a urne chiuse, è una domanda che non trova ancora risposta e forse potrebbe trovarle a lunga distanza.


Personalmente non ho esultato, poiché sentivo e sento anche io che al giusto funzionamento della giustizia manchi qualcosa, oltre quarant’anni fa mentre scrivevo la mia tesi in diritto penale esprimevo i miei dubbi al professore sullo svolgimento del processo.


Non mi meraviglia la spaccatura dell’Italia già al referendum Monarchia –Repubblica ci fu una divisione netta, se vogliamo andare a ritroso di qualche secolo anche i guelfi e ghibellini erano spaccati, però ritengo che questo referendum non ha espresso solo un voto, ma uno specchio, dove sono riflesse le pene e le contraddizioni che, in politica, non si vogliono considerare.


Il “NO” al referendum ha dato sfogo a chi:

·        nelle cucine dove si cena tardi perché il turno è finito alle otto;

·        nelle scuole dove gli insegnanti correggono compiti mentre i ragazzi parlano di Gaza e del futuro;

·        nelle parrocchie che la sera diventano rifugi, mense, doposcuola, luoghi dove la comunità si ricorda di essere ancora viva.

·        nei capannoni industriali, dove il rumore delle macchine copre tutto tranne la stanchezza.


Il “NO” Referendum è stato il "grido" di chi vuole essere ascoltato è stato un “no” che non vuole distruggere, ma proteggere; proteggere la dignità, la possibilità di guardarsi negli occhi senza vergogna, la speranza che il mondo non sia solo un luogo dove sopravvivere ma anche un luogo dove essere accolti.


Il “No” è il grido delle donne che tornano a casa dopo dodici ore tra lavoro e cura, e mentre preparano la cena guardano le immagini dei bambini di Gaza.


Il “No” che mette nell’urna è lo stesso che le sale alla gola quando vede un bambino sotto le macerie.


Il “No” è stato il grido del ragazzo che non ha mai votato, che non crede ai partiti, che non sa se resterà in Italia o se ne andrà appena può, per dire: non potete continuare a parlare al posto mio.


Il “No” è dei lavoratori che hanno visto passare governi, promesse, riforme, crisi, riprese, altre crisi, che non crede alle promesse ma si riappropria di un gesto piccolo, ma pieno: una protesta per dire che non si lascia più trascinare da chi gli chiede fiducia senza offrirgli sicurezza.


Il “No” è stato un giudizio, un appello civile, popolare, fragile, ma vero, un appello che dice: siamo ancora capaci di stare insieme, ma non come volete rappresentare la realtà con la descrizione in trasmissioni e TG con una realtà falsa, distante dalla realtà, in guerra continua contro la “nostra stessa vita”.


Il Paese ha bisogno di luoghi dove la politica non sia un annuncio, ma una presenza, dove la comunità non sia un’idea, ma un gesto, dove la dignità non è un valore astratto, ma una pratica come: le assemblee di fabbrica, le parrocchie che aprono le porte, i comitati di quartiere, le scuole che resistono, le mense popolari, i gruppi informali, che tengono insieme ciò che si sta sfaldando, luoghi dove la comunità si espone, si ferisce, si cura, si riconosce.


Il “No” è stato un atto di fede civile, una preghiera  laica, un modo per dire: siamo qui, insieme, anche se non ci riconoscete, ed è da qui che ritornando tra la gente che serve ripartire, non serve parlare alla gente, occorre ritornare a parlare con  la gente, serve ripartire dalla prossimità, dalla dignità, dalla comunità che si espone, dalla vita che resiste, dalle parrocchie, dalle cooperative, dalle associazioni, dai corpi intermedi.

E allora il punto non è riformare la Magistratura, ma individuare chi saprà tornare nei luoghi dove la vita accade. Chi saprà ascoltare il: “Politico dove sei?” che il Paese ha pronunciato con questo referendum.


Il resto è Fuffa, se non si ritorna tra la gente, con la gente e per la gente si rischia di non aver carpito e capito il malessere dell’elettore.

Alfredo Magnifico

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