I Dieci Comandamenti/Domenico Iannacone e ” le storie semplici di persone straordinarie “

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domianSi è conclusa l’edizione 2014 de “I Dieci Comandamenti” di Domenico Iannacone. Sei puntate in cui due storie, apparentemente lontane tra loro, erano legate da uno stesso tema conduttore, quello dei sentimenti. Le storie non sono quelle di persone famose, non sono legate alla politica, sono storie semplici di persone straordinarie, quelle che nessuno racconta. Crisi, scandali, violenza, l’Italia non è solo questo, gli italiani non sono questi, non ci si sofferma ad ascoltare la gente comune, forse perchè si ritiene che non facciano odiens o siano banali, ma Iannacone è riuscito a dimostrare, per il secondo anno consecutivo, che esiste un cuore in quell’Italia sotterranea che pulsa, che vive, che lotta, capace di emozionarci, farci sorridere e farci riflettere.

“E’ stato un viaggio bello ed intenso dentro storie semplici. La magia degli incontri sta nel fatto di non dover chiedere sempre delle cose straordinarie a quelli che incrociamo sul nostro cammino. Volevo che questo viaggio fosse un racconto interiore privo di clamore”, così ringrazia Domenico i telespettatori che lo hanno seguito. Ma se lui è riuscito, in punta di piedi, con eleganza e senza pregiudizi, a dar voce all’interiorità della gente, ora tocca a lui raccontarsi.
Domenico questa seconda edizione de I Dieci Comandamenti è giunta al termine, confermandone il successo. Lo scorso anno in ogni puntata veniva “esaminato”, in maniera laica” un comandamento, questa volta c’è tema conduttore, una scelta voluta?
Si, quest’anno abbiamo fatto un alvoro diverso. Avendo esaminato il decalogo per intero collegando i Comandamenti alle storie,  ci sembrava interessante che ci fosse una sorte di libertà di indagare anche al di là dei canoni dei comandamenti. Il mio mandato è quello di fare inchiesta morale e questo mi porta anche verso mondi che non vanno a finire direttamente nei comandamenti, l’idea era quella di allargarci il più possibile alle storie. E’ evidente che alcune di loro avevano una forte carica simbolica e in qualche modo incarnavano porpio una sorta di tema portante della puntata”.
Infatti abbiamo visto come ogni storia aveva un titolo a volte evocativo e volte simbolico.
Si se pensi all’ultima puntata, intitolata la Bellezza incomprensibile, ecco per me il Cottolengo era la bellezza ma incomprensibile, dove il guida tema era proprio il concetto di bellezza espresso in modo assolutamente spiazzante, tutto quello che vedi e può sembrare crudo in realtà è bellezza, anche sotto l’aspetto umanitario, dei valori spirituali delle persone. In quel caso ho incontato Vito, nato senza braccia e senza gambe che mi ha parlato della sua vita, e poi Fausto che comunque di per se per il suo modo di fare l’artista ha una sua dimensione, è l’incarnazione stessa della’rtista. La sua concezione della vita coincide con il suo pensiero artistico. Fausto è quello che appare senza maschere, ha una forte carica morale. Ho pensato a un pezzo sulla bellezza e quando le storie mi sono venute incontro, perchè le avevo precedentemente incrociate, ho visto che erano la coniugazione precisa per racconatre quello che avevo in mente. La bellezza, quella autentica, è un’esperienza.Spesso la trovi nell’ inguardabile, raramente abbiamo il coraggio di fermarci a coglierla.“.
Rimanendo in tema coma fai a trovare le storie o i personaggi a cui dare voce?
Ci sono molte cose che mi sono capitate in questi anni, le ho conservate, è come quando passi in un posto, ti piace e dici qui ci devo tornare, così mi capita con le storie, le immagazzino in una dimensione temporale da portarsi dietro. Ti faccio un esempio, la Mivar è un’azienda che ho conosciuto molti anni fa, quando ancora non era in crisi, visto l’evolversi delle cose ci sono tornato ed ho deciso di raccontare gli ultimi due giorni prima della chiusura“.
Il “metodo Iannacone” è lo strumento con cui racconti, o meglio fai raccontare, le emozioni, entrando in contatto diretto con le persone. Quali sono i pro e i contro di un coivolgimento diretto?
” Bè i pro è che entri pienamente nella vita degli altri, i contro che ci rimani impigliato, le storie te le porti dietro, ci sono elementi che non hanno una dimensione asettica per me, ma sono elementi che fanno parte di me, si ratificano all’interno della mia vita. Si hai ragione, ci sono i pro e i contro, ci sono storie molto dure per cui resta un filo che mi tiene legate a loro, non è uno sguardo distratto. Con i protagonisti delle storie ci passo ore, giorni, ho la possibilità di interagire con loro e loro con me, mi danno la possibilità di entrare in profondità nella loro vita. Rispetto a ciò che facevo in passato, ma già di per se era un metodo che utilizzavo, perchè io sono fatto così, tramite i Dieci Comandamenti le storie restano con me, sento le persone che ho conosciuto anche dopo la trasmissione. Credo mi sia impossibile chiudere e dimenticare la storia ed il suo protagonista”.
In questa edizione ci sono state emozioni molto forti, che hanno fatto riflettere anche gli spettatori.
Certo, personalmente in questa edizione ho uno sguardo molto addolorato per Mario, l’operaio dell’Ilva di Taranto malato di tumore, anche con lui mi sento e sento di volergli bene, le nostre vite si sono incrociate, io perchè l’ho raccontata e lui perchè si è raccontato“.
Diciamo che diventi quasi uno di famiglia.
Si, in effetti e prorio così. Uno dei miei registi dice << il metodo è nella capacità di ascolto >>, qualcuno mi ha detto sembra una seduta di psicoanalisi, un pò è così. Io non sono lì per giudicare e le persone lo sanno, ciò che raccontano è come se fosse detto ad una persona loro amica, non ho mai un approccio giudicante, in nessun ambito della società, questo è l’elemento cardine de I Dieci Comandamenti”.
Credo che questo sia venuto fuori nel corso delle sei puntate, insieme ad un legame di fiducia reciproca, non è facile parlare del proprio privato, anche perchè dietro Domenico ci sono milioni di spettatori…
Ti rispondo facendoti un esempio. Il transessuale Egon decide non solo di raccontare la sua storia, ma mostrare i cambiamenti del suo corpo, dopo vari interventi che ha subito, è un atto di fiducia, dal punto di vista pratico, come dire mi mostro a te in una condizione di novità, naturalmente morale, io sono così e ti dico quello che penso. La cosa interessante, proprio come dicevi tu, rispetto alla prima edizione è che c’è stata un’apertura mia e delle persone. Chi decide di raccontarsi lo fa perchè o già conosce il programma o perchè io li spingo a guardare una puntata per capire di cosa si tratta, e lì inizia il tutto. E’ come se si fosse accumulato un credito per la trattazione di tematiche, anche le più complicate e difficili”.
Le storie che hai raccontato hanno avuto un seguito? Nel senso hanno svegliato le coscienze politiche o istituzionali?
Si, una cosa bella, per esempio, è che il Mibac ha riconosciuto l’interesse storico al Cinema America di Roma, occupato da un gruppo di ragazzi, che ha in qualche modo evitato la demolizione di un pezzo storico del quartiere. Oppure l’imprenditore dei vetri di Murano, continua a tenermi informato su ciò che succede. O ancora per la Valle del Simeto, storia che ho raccontato grazie al coraggio di Emanuele Feltri, so che c’è un movimento della società civile che sta proteggendo proprio Emanuele. Ancora con Egon, sul riconoscimento della parità tra persone che cambiano sesso, c’è una proposta di legge che giaceva in Parlamento ed è stata calendarizzata, tanto per fare qualche esempio. Questo vuol dire che raccontare e dare luce e voce alle problematiche fa si che qualcosa di muova”.
Per fare ” buon giornalismo e buona informazione” c’è bisogno di tempo e di ascolto. Sei d’accordo?
Si ci vuole tempo e ascolto. In televisione si lavora con ritmi incalzanti, pensa che per ogni storia impieghiamo circa tre giorni, abbiamo girato più di 120 ore di materiale, ma l’elemento fondamentale è l’ascolto, devi avere un’idea predominante forte che ti permette di ottimizzare il lavoro, e devi essere nella condizione migliore per poter far parlare i protagonisti. L’ascolto credo che sia essenziale, almeno per ciò che faccio io. Sto più ad ascoltare che a fare domande, mi concedo un tempo più ampio e dilatato della narrazione per sedimentare e riflettere. La mia trasmissione attinge le radici a chi la televisione la sapeva fare, penso a Zavoli, penso a Comencini, a tante persone che hanno raccontato l’Italia in un modo che non fosse autoreferenziale, se tu vedi “La nostra Repubblica” di Zavoli, ti rendi conto che c’è un elemento di racconto nudo e crudo, senza autoreferenzialità”.
Tu giri l’Italia da Nord a Sud, c’è ancora divisione, come sono gli italiani?
Gli italiani sono migliori rispetto a quello che si possa descrivere o immaginare. Noi viviamo un momento di forte decadenza, anche politica, che in qualche modo si riflette sulla nostra immagine. Il viaggio che faccio io è un viaggio di una Italia migliore, per me c’è un’Italia sotterranea che ti permette di essere riconoscibile non per le cose peggiori ma per le cose migliori. Ritorno al personaggio di Fausto, quando parla del valore del denaro,a cui non bisogna abbassarsi, per me è una lezione di vita straordinaria”.
Un’ultima domanda. Stai già lavorando alla prossima edizione della trasmissione che vedremo in onda in autunno. Ci saranno delle novità?
Guarda non so se ci sarà qualche modifica di struttura, ma sostanzialmente resterà questo il modello. La nostra idea è quella di fare un prodotto di qualità, dal punto di vista fotografico, di immagine e rammaturgico. La nostra squadra sta facendo un lavoro di ripulitura, per un prodotti che migliori anche in fattura. Facciamo televisione e spesso la televisione, o chi la fa, è distratta, è nevrotica, stiamo cercando di fare un prodotto televisivo che sia bello da vedere ma che sia in grado di farci riflettere”.
Con Domenico, e la sua squadra, stiamo conoscendo l’Italia delle persone vere, che lottano quotidianamente, che mostrano sentimenti e debolezze, quelle persone che magari incontriamo ogni giorno ma non vediamo o non siamo in grado di ascoltare, e che per il loro modo di raccontarsi ci viene voglia di fermarci e conoscerli. Questa chiacchierata con Domenico si conclude in attesa  dell’edizione autunnale de I Dieci Comandamenti.
MDL

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