Istat/ Un 2020 da incubo per il lavoro

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L’Istat, nel rapporto “Prospettive per l’economia italiana”, fotografa i profondi, devastanti, effetti dell’epidemia Covid-19 che hanno determinato un impatto profondo, uno shock senza precedenti la cui quantificazione è connotata da ampi livelli di incertezza.

La caduta del Pil sarà determinata, prevalentemente, dalla domanda interna, al netto delle scorte (-7,2%), condizionata dalla caduta dei consumi delle famiglie e delle Isp (-8,7%) e dal crollo degli investimenti (-12,5%), a fronte di una crescita dell’1,6% della spesa delle pubbliche Amministrazioni.

La gravità della situazione viene confermata dal fatto che nei primi 4 mesi dell’anno, in rapporto alla media del 2019, circa 500 mila persone hanno smesso di cercare lavoro, transitando tra gli inattivi.

L’evoluzione dell’occupazione, calcolata in termini di ULA (unità lavorative annue) andrà in parallelo con l’andamento del Pil, subendo una brusca riduzione nel 2020 (-9,3%) e una ripresa previsionale per il 2021 (+4,1%).

Le misure di contenimento dell’emergenza adottate dal governo hanno determinato a marzo la sospensione delle attività di settori in cui sono presenti 2,1 milioni di imprese (poco meno del 48% del totale), con un’occupazione di 7,1 milioni di addetti di cui 4,8 milioni di dipendenti.

Sulla base dei dati riferiti al 2017, tali imprese generano il 41,4% per cento del fatturato complessivo, il 39,5% del valore aggiunto e rappresentano il 63,9% per cento delle esportazioni di beni.

Il blocco delle attività ha avuto effetti immediati sulla produzione ha registrato arretramenti in tutti i principali comparti produttivi, con agricoltura, industria e servizi diminuiti rispettivamente dell’1,9%, dell’8,1% e del 4,4%.

L’Istat indica la possibilità di una ripresa nel terzo trimestre, ma sembra che quelli che restano del 2020 saranno mesi da incubo.

Il Pil che si contrae dell’8,3%, gli investimenti crollano del 12,5%, i consumi scendono dell’8,7%, i posti di lavoro nel 2020 si ridurranno del 9,3 per cento, parliamo di oltre 2,2 milioni in meno, è giusto lavorare intensamente per cogliere la sfida”.

La rapida diffusione dell’epidemia a livello globale ha, drasticamente, ridotto scambi internazionali e domanda estera rivolta alle nostre imprese, gli indici di fiducia delle imprese mostrano una sostanziale stabilità, mentre quelli delle famiglie evidenziavano una limitata flessione,la produzione industriale aveva registrato un deciso rimbalzo congiunturale a gennaio.

Il tasso di inattività ad aprile è cresciuto soprattutto tra donne (+2,3%, pari 438mila unità) e under 50, con un +278mila unità tra i 35-49enni, + 172mila unità nella fascia 25-34 anni e +155mila in quella 15-24 anni.

Questi dati non tengono conto di 8 milioni di lavoratori in cassa integrazione, considerati occupati nelle statistiche ufficiali, il numero di ore lavorate settimanali è calato infatti tra marzo e aprile dalle 34,2 in media del 2019 alle 22 del 2020.

Il percorso di ripresa dell’occupazione appare  difficile e lungo, la gravità della situazione viene confermata dal fatto che da gennaio ad aprile mezzo milione di persone hanno smesso di cercare un lavoro transitando nel vasto bacino degli inattivi.

La disoccupazione, per effetto della crescita degli inattivi, dovrebbe ridursi nel 2020 al 9,6%, per poi aumentare nel 2021 al 10,2%. Anche considerando l’aumento dell’occupazione nel 2021, si assisterà comunque a un calo delle retribuzioni lorde per dipendente: -0,7% nel 2020, -0,4% nel 2021. Con conseguenti ricadute sui consumi.

Il percorso di ripresa dell’occupazione sarà difficile e lungo, i fondi per la cassa integrazione finiranno e il blocco dei licenziamenti terminerà, sarebbe positivo non aspettare quel giorno per preoccuparci.

Alfredo Magnifico

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