Migranti ed approssimazione programmatica

Riceviamo e pubblichiamo nota di un nostro lettore:

Mi sono di recente imbattuto in alcuni migranti che scendevano dalla zona dell’ex Hotel Eden verso il centro città e ho dovuto fare i conti con questa riflessione: il tema migranti sta decisamente prendendo piede in Italia come se fosse l’unico male del Paese, ma nessuno, indipendentemente dallo schieramento ideologico a cui appartiene, ha trattato il fenomeno come dovrebbe essere trattato, relegandolo ad un semplice “accogliamoli” piuttosto che “aiutiamoli in casa loro”.

Come spesso accade quando i ragionamenti si fanno con la pancia e non con i neuroni, si rimane con un cero in mano, quindi con il problema in quanto tale, che al massimo si può spostare di qualche chilometro, ma non cancellare.

Il caos che si sta ingenerando a seguito degli sbarchi e dello smistamento dei migranti nei centri d’accoglienza sparsi per la Penisola è sotto gli occhi di tutti, e non volerlo vedere significa solo mentire a se stessi, come si mentirebbe se si sottovalutasse il rischio delinquenza nonché di islamizzazione (perché ci sono organizzazioni non governative finanziate dall’Arabia Saudita che se ne fregano della disperazione della gente ed intendono solo far diffondere l’Islam in Europa).

Battere il chiodo sul blocco delle navi e sulla costruzione di campi profughi nei Paesi d’origine non è però risolutivo come sembrerebbe. Al cittadino medio, stanco di vedere gente chiedere l’elemosina dinanzi alle chiese o gente che, nell’attesa del permesso di soggiorno, si arrangia con atti criminali, tutto questo interessa poco: interessa solo che queste persone non pullulino più nelle città italiane. In realtà, il problema continua ad essere tale: come si può pensare che costoro rimangano vita natural durante nei campi profughi dei loro Paesi? Ecco allora un imperativo categorico che, con grande sorpresa, non è stato sollevato praticamente da nessuno: quei Paesi non possono continuare a star male in eterno, ad essere focolai di guerre e guerriglie, a vedere una fortissima sperequazione sociale, a vivere di dittature, di integralismo religioso e di ignoranza. Occorre una sapiente azione diplomatica che cominci a renderli autonomi in campo socio-economico, ed usare come primo, imprescindibile strumento, la scolarizzazione per renderli sempre più consapevoli dei propri diritti. Non so se qualche diplomatico ci abbia mai provato e se i tentativi siano risultati vani, ma non si può credere che tutto sia impossibile, né tantomeno accampare il pretesto che gli Stati siano sovrani e che non si possa intervenire più di tanto: quando hanno voluto, gli europei e gli americani sono intervenuti nelle vicende altrui, mettendo al bando la favola dello Stato sovrano. Gli accordi diplomatici, uniti a serrati controlli e a sistemi sanzionatori in caso di violazione degli accordi, sono l’unica strada percorribile se si vuole creare il riscatto di quelle zone, che non possono continuare a travasare migliaia di persone da una regione all’altra del mondo.

Il fenomeno ha un’ampia portata e non può essere trattato a mo’ di Facebook, mettendo un “like” piuttosto che un “dislike”: non lo si può mettere in mano ai mondialisti da salotto o ai radical chic né tantomeno si può avallare la tesi dei centri di raccolta nei Paesi d’origine come panacea di tutti i mali.

“In medio stat virtus” dicevano i latini: mai affermazione fu più vera.

Michelangelo Bertazzoni
Campobasso

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