#corpedelascunzulatavecchia/ Gli auguri di Natale e la corazzata “Kotiomkin”

Iniziamo con il dire che una cosa è la corazzata “kotiomkin” ed altra cosa è la corazzata Potëmkin che in russo fa: “Бронено́сец Потёмкин”. Almeno spero, visto che ho fatto copia/incolla da youtube. Che cosa hanno in comune il film di Fantozzi con la corazzata Kotiomkin e non tutto il resto compreso i caratteri cirillici lo vedremo dopo.

Intanto ricordiamo che il film “la corazzata Potiomkim” film muto del 1925 raccontata in cinque atti, più o meno dodici puntate di una qualsiasi telenovela odierna, la ribellione dei marinai antesignani, visto che la ribellione è del 1905, come dicevamo ed il film del 1925, mentre la rivoluzione d’ottobre che portò i comunisti al potere è del 1925.

Diciamo che corazzata Kotiomkim per Fantozzi e Potiomkin per la storia. Fu
cambiato il nome per evitare che l’allora URSS mandasse bombe atomiche sull’Italia perché un film prodotto in Italia aveva mancato di rispetto ad un pezzo della storia sovietica. Cose di altri tempi, e meno male!

Lasciamo perdere ogni considerazione politica e cinematografica, quello che importa qui è il commento che fece Fantozzi, nel secondo tragico Fantozzi, quando in una sala piena di ferventi attivisti comunisti il rag. Ugo Fantozzi, dopo aver assistito ai cinque tempi del film muto si alzò per dire la sua ed urlò: “La corazzata Kotiomkim è un [email protected]@a pazzesca!” ecco il link del film di Fantozzi: “ https://www.youtube.com/watch?v=grJNVDs2_70
Fatto questo preambolo necessario, come vedremo in seguito, arrivo a parlare degli auguri di Natale.

Quando eravamo piccoli io e mia sorella eravamo gli accompagnatori di nostro padre e spesso di nostro nonno la mattina di Natale a fare gli auguri ai parenti. Erano maggiormente i nostri prozii, visto che io e mia sorella di zie dirette ne avevamo solo due. Il giro era sempre lo stesso, giro condito da bicchierini di Poncio rigorosamente fatto in casa accompagnati da pepatelli, altrettanto rigorosamente fatti in casa.

La visita si articolava nei saluti di arrivo, l’accettazione dell’offerta, ma alle volte, anzi spesso il non accettare il Poncio per evitare disguidi alcolici, e classica ed allucinante richiesta, che facevano ovviamente a me ed a mia sorella, di recitare la poesia di Natale.
Dopo la recita della poesia ci toccavano le mille lire cadauno e gli auguri di buon Natale.

Ricordo di una (pro)zia che ci dava qualche spicciolo, non le solite mille lire, ed aveva anche i bicchierini per il poncio talmente piccoli che mi sono sempre chiesto dove li avesse comprati. La visita si concludeva con la programmazione della festa del maiale, mai capito perché festa, visto che il maiale non aveva proprio tutta questa intenzione a partecipare, e gli auguri di buon Natale.

La cosa a me, come pensiero, non è andata tanto male sino alla quarta elementare. Fu proprio in quarta che quel ferdmeresciallo che avevamo come maestra ci impose di imparare a memoria la seconda parte, la prima parte ce l’aveva sciroppata in terza, e la terza parte ce la fece imparare a memoria in quinta, di una poesia di Natale: “La notte santa”. Ecco il link: La notte santa di Guido Gozzano.

Ancora adesso la ricordo come un incubo tanto era lunga. Iniziava con il narrare
dell’arrivo di Maria e Giuseppe a Betlemme per il censimento e Giuseppe che diceva: “consolati Maria del tuo peregrinare, siam giunti ecco Betlemme ornata di trofei, presso quell’osteria potremmo riposare, che troppo stanco sono e troppo stanca sei. Il campanile scossa lentamente le sei”, si qui la ricordo ancora a memoria. Recita che si ripeteva RIGOROSAMENTE a pranzo, in piedi su di una sedia.

La poesia andava avanti, Maria e Giuseppe chiedevano a tutti gli osti di Betlemme alloggio ed il campanile scandiva il lento ammosciarsi del fanciullo recitante ed il raffreddamento delle lasagne nel piatto il giorno di Natale. Finita la recita della poesia mio padre scopriva, con “meraviglia” che il suo piatto fosse traballante e da pessimo attore quale era, per come era spontaneo, si chiedeva come mai. Poi alzando il piatto “scopriva” la LETTERINA DI NATALE.

E lì altro ritardo alle forchette perché dovevamo leggere la letterina. Forse allora capii
perché il brodo era usanza farlo a Santo Stefano e non a Natale: a Santo Stefano non c’erano letterine da leggere e poesie da raccontare e quindi il brodo i poteva mangiare caldo. Io non ce la voglio avere con le poesia di Natale, ce la voglio avere con i metodi didattici che ci obbligavano ad imparare a memoria un polpettone che sembrava più lo sfogliare una guida Michelin, con tutte le osterie visitate che non altro.

Il mio sollievo, che non ha attenuato la disperazione della poesia di Natale, è giunto in quarta elementare quando “ho scoperto” che alle media non facevano imparare a
memoria le poesie. Mi sentii come un condannato ad una pena lunghissima che vede avvicinarsi il momento della scarcerazione. Ma anche come un soldato di leva negli ultimi mesi di naja.


Questo era il mio pensiero sul Natale, anzi sulla poesia di Natale. Sono passati oltre cinquanta anni da allora, ma l’incubo della poesia di Natale non mi è passato. Anche perché se adesso salgo su di una sedia mi dicono di scendere perché data l’età potrei caderee rompermi qualche osso.

Comunque sia auguri di buon Natale a tutti voi che avete la pazienza di leggermi, ed a tutti i vostri familiari.

Statevi arrivederci con poncio e pepetielle.
Franco di Biase

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