Celebrata oggi, domenica 18 aprile 2021, la 97ª Giornata per l’Università Cattolica

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Domenica 18 aprile si celebra la Giornata per l’Università Cattolica promossa dall’ Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Ateneo . La ricerca d’eccellenza, il servizio reso al bene comune, il grande impegno nel corso della pandemia: tutto questo è reso possibile grazie al legame dei cattolici italiani con il loro Ateneo. Nelle parrocchie molisane non sono state organizzate particolari manifestazioni in considerazione delle restrizioni dovute alla Pandemia in atto, ma in tutte le Celebrazioni è stata ricordata questa importate ricorrenza con preghiere ed orazioni particolari.

A Milano, sede generale e storia dell’Università Cattolica, la Messa celebrata dal cardinale segretario di Stato, Parolin trasmessa in diretta anche su Rai Uno. “Oggi si celebra in Italia la Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che da cento anni svolge un prezioso servizio per la formazione delle nuove generazioni”.

Lo ha voluto ricordare Papa Francesco dopo la recita del Regina Caeli, auspicando che l’Ateneo “possa continuare a svolgere la sua missione educativa per aiutare i giovani ad essere protagonisti di un futuro ricco di speranza. Benedico di cuore – ha concluso Francesco – il personale, i professori, gli studenti dell’Università Cattolica”.

Il cardinale Parolin celebra la Messa a Milano. La celebrazione si svolge nell’aula magna dell’Università Cattolica a Milano, sede principale dell’Ateneo che oggi – afferma il cardinale Pietro Parolin citando il Messaggio delle Conferenza episcopale italiana per l’odierna giornata celebrativa – è chiamato “ad affrontare sfide non meno impegnative di quelle iniziali”, sul versante accademico “con le necessarie innovazioni per la didattica e la ricerca” ma anche per dare “pieno sviluppo a quella terza missione che fin dall’inizio ne costituisce l’anima”. Nel fare dunque memoria con gratitudine al secolo passato, che ha visto uno sviluppo costante dell’istituzione cattolica, il segretario di Stato invita a guardare avanti ricordando il suo compito, quello di “aprire le menti” dei giovani non solo alla conoscenza, ma alla sapienza di Dio rivelata da Gesù.​

Il Vangelo della liturgia odierna dice che Gesù ‘aprì ai discepoli la mente per comprendere le Scritture’ quando loro erano ‘sconvolti e pieni di paura’: Gesù Risorto, commenta il porporato, pareva loro un fantasma e temevano che fosse tornato a “regolare i conti con loro per averlo tradito e abbandonato”. Pare così emergerne, più in profondità, un’altra paura, quella ‘religiosa’. Perché l’Onnipotente, si sa, incute timore e questo timore, cari fratelli e sorelle, ha contagiato anche noi. Affiora spesso da dentro un’immagine di Dio che non suscita solo riverenza, ma paura. Che cosa mi farà Dio se mi comporto male? Che cosa mi chiederà se mi affido a Lui, mi manderà forse qualche prova? È impressa in noi, come un’impronta oscura della nostra condizione decaduta, un’immagine falsa o distorta di Dio, frutto delle nostre proiezioni e paure. Ristagna dentro al cuore il pensiero soffocante e oppressivo di un Dio padrone anziché Padre, che si atteggia nei nostri confronti come interlocutore permaloso, controllore puntiglioso, giudice severo. Gesù attraverso gesti e parole dimostra ai suoi discepoli il vero volto di Dio. Si fa toccare, mangia con loro, li invita a guardare le ferite dei chiodi ai piedi e alle mani, annullando “la distanza tra Dio e l’uomo”. Mostra, afferma il cardinale Parolin, “i segni estremi della fragilità umana che ha assunto”. Le sue piaghe, canali aperti di misericordia, ci invitano così a rispecchiarci in Lui, a riporre in Lui le nostre fragilità e le nostre debolezze, perché Dio ci ama anche lì, nelle povertà di cui ci vergogniamo. Le piaghe del Risorto, segni incancellabili del suo amore per noi, ci rivelano che nessun chiodo del peccato, nessuna ferita della vita, nessun rimorso del passato rappresenta un ostacolo al suo agire misericordioso verso di noi. Gesù ha preso su di sé il dolore del mondo Ma i discepoli, dice il Vangelo, non solo hanno paura, sono anche turbati e pieni di dubbi. A sconvolgerli è la croce, la morte di Gesù, mentre “per loro il Messia doveva essere forte e vincente”. ‘Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me’, aveva detto Gesù, e il segretario di Stato sottolinea: Bisogna: con questo verbo Gesù spiega che Dio non ha eluso il dramma della sofferenza, ma lo ha redento, prendendolo su di sé. E spiega a noi che il male si supera solo così: non con la fuga, non con la forza, ma con l’amore. Questo ha fatto Dio e questa è la sua inaudita grandezza: saper volgere tutto al bene attraverso l’amore. Tutto, anche la sofferenza e la morte. È questo, anche per noi, il senso della Pasqua: far passare in Dio-amore tutto ciò che ci attraversa la vita. Non temete di fronte al compito educativo a voi richiesto Il passo da compiere, osserva Parolin, è accogliere il Signore negli angoli più intimi della vita, dove vivono le nostre paure, dubbi, chiusure. E l’invito di Gesù a non aver paura, il cardinale lo rivolge a quanti vivono, studiano e lavorano all’Università Cattolica: Non abbiate paura di fronte a un tempo che si presenta incerto e gravido di trasformazioni epocali. Non abbiate paura di fronte a quella che Papa Francesco, con termine severo, ma credo realista, ha definito “catastrofe educativa”, chiamandoci a impegnarci, famiglie, comunità, scuole, università, istituzioni, religioni, governanti, umanità intera a “formare persone mature” e ad aiutare i giovani ad essere protagonisti di un nuovo cammino.

Il Vangelo della liturgia odierna dice che Gesù ‘aprì ai discepoli la mente per comprendere le Scritture’ quando loro erano ‘sconvolti e pieni di paura’: Gesù Risorto, commenta il porporato, pareva loro un fantasma e temevano che fosse tornato a “regolare i conti con loro per averlo tradito e abbandonato”. Pare così emergerne, più in profondità, un’altra paura, quella ‘religiosa’. Perché l’Onnipotente, si sa, incute timore e questo timore, cari fratelli e sorelle, ha contagiato anche noi. Affiora spesso da dentro un’immagine di Dio che non suscita solo riverenza, ma paura. Che cosa mi farà Dio se mi comporto male? Che cosa mi chiederà se mi affido a Lui, mi manderà forse qualche prova? È impressa in noi, come un’impronta oscura della nostra condizione decaduta, un’immagine falsa o distorta di Dio, frutto delle nostre proiezioni e paure. Ristagna dentro al cuore il pensiero soffocante e oppressivo di un Dio padrone anziché Padre, che si atteggia nei nostri confronti come interlocutore permaloso, controllore puntiglioso, giudice severo. Gesù attraverso gesti e parole dimostra ai suoi discepoli il vero volto di Dio. Si fa toccare, mangia con loro, li invita a guardare le ferite dei chiodi ai piedi e alle mani, annullando “la distanza tra Dio e l’uomo”. Mostra, afferma il cardinale Parolin, “i segni estremi della fragilità umana che ha assunto”. Le sue piaghe, canali aperti di misericordia, ci invitano così a rispecchiarci in Lui, a riporre in Lui le nostre fragilità e le nostre debolezze, perché Dio ci ama anche lì, nelle povertà di cui ci vergogniamo. Le piaghe del Risorto, segni incancellabili del suo amore per noi, ci rivelano che nessun chiodo del peccato, nessuna ferita della vita, nessun rimorso del passato rappresenta un ostacolo al suo agire misericordioso verso di noi. Gesù ha preso su di sé il dolore del mondo Ma i discepoli, dice il Vangelo, non solo hanno paura, sono anche turbati e pieni di dubbi. A sconvolgerli è la croce, la morte di Gesù, mentre “per loro il Messia doveva essere forte e vincente”. ‘Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me’, aveva detto Gesù, e il segretario di Stato sottolinea: Bisogna: con questo verbo Gesù spiega che Dio non ha eluso il dramma della sofferenza, ma lo ha redento, prendendolo su di sé. E spiega a noi che il male si supera solo così: non con la fuga, non con la forza, ma con l’amore. Questo ha fatto Dio e questa è la sua inaudita grandezza: saper volgere tutto al bene attraverso l’amore. Tutto, anche la sofferenza e la morte. È questo, anche per noi, il senso della Pasqua: far passare in Dio-amore tutto ciò che ci attraversa la vita. Non temete di fronte al compito educativo a voi richiesto Il passo da compiere, osserva Parolin, è accogliere il Signore negli angoli più intimi della vita, dove vivono le nostre paure, dubbi, chiusure. E l’invito di Gesù a non aver paura, il cardinale lo rivolge a quanti vivono, studiano e lavorano all’Università Cattolica: Non abbiate paura di fronte a un tempo che si presenta incerto e gravido di trasformazioni epocali. Non abbiate paura di fronte a quella che Papa Francesco, con termine severo, ma credo realista, ha definito “catastrofe educativa”, chiamandoci a impegnarci, famiglie, comunità, scuole, università, istituzioni, religioni, governanti, umanità intera a “formare persone mature” e ad aiutare i giovani ad essere protagonisti di un nuovo cammino.

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