Sepino/ Antiche grandezze, presenti miserie

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pecore sepinoDue siti archeologici di primaria importanza e una fonte termale nota sin nell’antichità per le sue virtù benefiche non bastano a rendere florido questo territorio. Nei prossimi numeri vedremo perché.
 
Ci sono dei territori che racchiudono ricchezze ed opportunità che, se sfruttate a dovere, possono comportare benefici per l’intera collettività. In questa serie di itinerari che stiamo seguendo con “il Settimanale” arriviamo a Sepino. Il comune si trova collocato su una degradante collina alle pendici del Matese, ai confini con la Campania, circondato dal verde. Questo territorio ha basato le sue fortune sulla sua posizione: vedi l’attraversamento del Tratturo, l’autostrada del passato, vedi la presenza delle benefiche acque termali già note nell’antichità. Non è casuale che i sanniti edificarono una città nella zona di Terravecchia, in posizione dominante sulla valle sottostante; non è casuale che dopo la distruzione ad opera dei romani una ancor più fiorente città sia sorta nel pianoro, lungo il percorso del tratturo, la mitica Altilia, un fiore all’occhiello per l’importanza e la vastità dei suoi reperti.

Una città che è diventata fiorente sfruttando i pedaggi ed il transito delle greggi. Ma oggi dobbiamo raggiungere Terravecchia. Il percorso si inerpica seguendo una strada interpoderale che volge a sinistra poche centinaia di metri dopo il convento della SS. Trinità. Saliamo per un paio di chilometri, direzione la Masseria Parente. Un agglomerato di antichi casali e ricoveri per gli animali circondati da prati verdissimi e boschi. Una vecchia mulattiera prima, che diventa poi un sentiero che attraversa il greto di un torrente prima di risalire verso la collina alla destra della masseria.  Delle frecce rosse indicano il percorso attraverso cumuli di pietra, terreni a pascoli, vegetazione spontanea, fino ad intravedere sulla sommità le mura ciclopiche che circondavano la città antica. Un ultimo strappo e si apre ai nostri occhi la Postierla del Matese, porta di acceso all’antica città. Una porta stretta, fatta così dai sanniti per controllare e regolamentare l’accesso alla città. Le nuvole scorrono sulle nostre teste, la magia del posto e rafforzata dal fatto di essere in contatto diretto con la natura, il rumore del vento, il volo degli uccelli, il fascino del tempo  in un posto che ha visto epiche battaglie che raccontano l’indomito carattere dei nostri antenati: i sanniti. Oltre la porta, tramite un accesso non facile, saliamo sulle mura che a destra e a sinistra della porta si intravedono chiare per alcune decine di metri. L’interno è fatto di mura crollate,  di vegetazione prorompente. Da questa sommità si domina l’intera vallata, si vedono le montagne dell’Abruzzo, si vede chiaramente monte Vairano, punto di partenza di questi itinerari alla scoperta del Molise. E’ un habitat unico quello che attraversiamo, unico anche nelle persone che incontriamo. Socievole e dignitosa, incontriamo un’anziana signora che pascola le sue pecore. Risponde con vivacità ed interesse alle nostre domande e ci informa che in estate un gruppo di persone ha pulito tutta la zona intorno agli scavi che finalmente sono molto più evidenti e raggiungibili. Più giù, nei pressi della masseria, troviamo tra il suo gregge Pasquale Parente, 53 anni. Un pastore dall’animo gentile che nel momento in cui gli chiediamo di scattargli una foto vuole accanto a se la sua cagna, compagna quotidiana della sua solitudine. Percepiamo anche dalle parole di Pasquale la negatività della crisi economica. Lui fa anche il tagliaboschi. In questi ultimi anni ha subito la concorrenza spietata del pellets, più economico, che ha ridotto dell’80% la vendita della sua legna. Ritorniamo in macchina e riscendiamo a valle. Una puntata ad Altilia per  andare al Museo. Ovviamente lo troviamo chiuso. Appena si rientra nella vita quotidiana si ritrovano i segni di una decadenza amministrativa e di programma. E’ quello che dobbiamo combattere, lo dobbiamo fare per noi e per i nostri figli. Non mi sono mai trovato in simili condizioni in altre parti d’Italia. A Chianciano, Chiusi, città termali in territorio etrusco non ho mai trovato ostacoli per visitare un museo. A Chianciano, Montepulciano, le terme sono state un volano di sviluppo, a Sepino le terme raccontano solo degrado e sollevano punti di domanda. Non è possibile depauperare un’opportunità, non è giusto  distogliere masse di denaro per costruire strutture che oggi già cadono a pezzi. Ma come sono ridotte le Terme di Sepino, cosa non funziona nella zona archeologica di Altilia? Per almeno altri due numeri porremo la lente di ingrandimento su Sepino, su immagini di degrado e  storie di colpevole inefficienza.
Francesco Adamo

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