Ossario Molisano. Viaggio nei cimiteri del Molise. 6° tappa cimitero di Roccasicura, tombe di Lucia Lombardozzi e Lucia D’Agostino

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Il cimitero di Roccasicura si trova a poco meno di 2 km dal paese, in provincia di Isernia. Dalla sommità della torre dell’orologio, lo sguardo raggiunge in lontananza il quadrilatero entro il quale sono seppellite le anime del borgo. Facendo un po’ di dietrologia, la diffusione dei cimiteri comunali in Italia era arrivata con il governo napoleonico, che oltre a segnare la nascita del culto delle tombe, rappresentò un passo fondamentale dell’esproprio delle salme alla famiglia ed alla chiesa. Con l’unificazione in tutta Italia si procedette alla costruzione dei cimiteri comunali, da quelle città che ancora ne erano prive fino ai più piccoli comuni. Il cimitero, come la scuola, le poste e la caserma divenne ben presto un segno della presenza dello Stato.

Quello che però mi incuriosisce, nel semplice cimitero di Roccasicura, sono le pagette sulle lapidi. Nella parte vecchia si possono osservare molte foto di donne vestite con un costume tipico del luogo. I costumi tradizionali molisani sono certamente la testimonianza di un popolo contadino dedito prevalentemente all’agricoltura e alla pastorizia. Nel corso degli anni hanno subito l’influenza degli Spagnoli, della dominazione borbonica nel Regno di Napoli, così come quella dei Bulgari, degli Slavi e degli Albanesi, popoli che nel corso dei secoli si sono stanziati in alcune zone del Molise.

Molto diffusa era inoltre la lavorazione dei metalli preziosi indossati insieme ai vestiti. A Roccasicura la semplicità si manifesta a partire dal costume che molte donne anziane indossavano. La camicia bianca era di cotone con girocollo ornato da pizzo lavorato ad uncinetto e re vuste (il corpetto) nero di lana o velluto con bretelle larghe e scollatura quadrata al seno, era decorato con fregi dorati ed era chiuso da bottoncini sul lato. Le bretelle con gli stessi fregi dorati erano agganciate al corpetto con apposite cciappe (ganci) e le maniche lunghe dello stesso tessuto erano smontabili con attaccatura alle bretelle sulle spalle.

La vónna (gonna) di lana per l’inverno e di cotone pesante per l’estate, era lunga fin quasi alla caviglia pieghettata tutt’intorno e liscia sul davanti ed era di colore nero per le donne anziane o chiaro per le giovani con una o più fasce scure basse sulla parte terminale. Una tasca laterale senza fondo chiamata puciarola consentiva l’accesso di una mano agli indumenti intimi. Re mandezine (il grembiule) di cotone nero o marrone era pieghettato ed un po’ più corto della gonna.

Re vammacìle (Il copricapo) era costituito da tessuto rettangolare di cotone bianco munito di frangia sui lati corti e di merletto sui lati lunghi. Piegato e rimboccato in maniera particolare, si presentava quasi rigido sulla testa con un riquadro appena sporgente sulla fronte e scendeva libero ai lati e dietro fino alla vita. Re vammacìle si fissava con re spellóne (lungo fermaglio in oro od ottone) sui capelli acconciati con trecce arrotolate intorno alla testa. Non solo immagini con il costume tipico. Al cimitero di Roccasicura si possono notare, sempre nella parte vecchia, le classiche foto post mortem che raffigurano solamente il viso e che raramente includono la bara. Nel periodo dal 1840 al 1860 era solito posizionare il cadavere su un divano, con gli occhi chiusi e la testa poggiata su un cuscino, in modo da sembrare addormentato in un sonno profondo.

Negli anni successivi si iniziò a rappresentare i cadaveri come se fossero in vita, seduti sulle sedie e con gli occhi aperti; i bambini, invece, sono spesso mostrati mentre riposano su un divano o in una culla, a volte con un giocattolo preferito o con degli animali domestici. Dopo questa parentesi, torno tra le tombe del cimitero di Roccasicura, dove una donna sta mettendo dei fiori alla sua nonna. Per quanti fiori ci siano in tutto il cimitero, la primavera tarda ad arrivare. Il freddo e la pioggia si fanno sentire.
Roberto Colella

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