Il film della settimana/ “A family tour” di Liang Ying (Taiwan)

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Pietro Colagiovanni*

Ying Liang è un regista cinese indipendente nato a Shangai e laureatosi all’università di Pechino. Questo film, del 2018, presentato in numerosi festival cinematografici in giro per il mondo racconta sostanzialmente la sua vicenda autobiografica, ossia di un regista perseguitato dalla dittatura comunista cinese per le sue idee non allineate con quelle ufficiali. La storia è quella di una riunione familiare di una regista costretta all’esilio ad Hong Kong (evidentemente prima del giro di vita imposto dalla Cina a partire dal 2019) che partecipa ad un festival di cinema indipendente a Taiwan.

Lì sarà proiettato il film che l’ha costretta all’esilio, una vicenda di ingiustizia e persecuzione. Grazie all’aiuto del marito riusce a far arrivare a Taiwan, con un viaggio organizzato, l’anziana e malata madre, che vive in Cina e che ha subito, a causa della figlia, una vera e propria persecuzione. Il film è molto delicato e narra dei sentimenti umani e familiari (la nonna che finalmente riesce a conoscere il nipotino mai visto, i sentimenti di una famiglia perbene messi alla prova da uno stato pervasivo e invasivo, anche all’estero, anche a Taiwan) ma narra soprattutto dell’impatto della dittatura nella vita quotidiana, specie con chi non si allinea e non vuole allinearsi.

Ed è questo, al di là della resa filmica in sé e della trama abbastanza esile, il grande pregio di questa opera. Per noi abituati a magnificare il colosso cinese, la sua efficienza e soprattutto disposti a fare con loro affari questo film rappresenta un importante documento di cosa si cela dietro il volto sorridente e apparentemente pacioso di Xi Jinping. Si cela una dittatura feroce, pervasiva ed efficiente, una dittatura bene organizzata e silenziosa, che non ammette sgarri.

Interessante è anche l’uso del danaro che il regime comunista fa per mantenere il potere (utilizzo già noto per le forti compensazioni date ai genitori e ai parenti delle vittime di Piazza Tienanmen in cambio del loro silenzio). Il film dice che, prima di usare la forza bruta e la repressione cieca, il regime ti chiede di allinearti e ti concede anche vantaggi in cambio.

Si tratta, a differenza delle brutali dittature tutte basate solo sulla repressione e sulla violenza (vedi la Russia di Putin o peggio le dittature alla Al Sisi o alla Assad) di una dittatura fondata sul capitalismo e sulla monetizzazione del consenso, un unicum che il film sapientemente riesce a farci comprendere. Un metodo efficiente, forse innovativo, ma non per questo meno devastante per il privato delle persone, soprattutto di quelle che vogliono continuare a pensare liberamente.

Un film politico molto interessante, un documentario inedito sul lato oscuro del regime autoritario cinese, filtrato dalla sensibilità e dal dolore dell’esperienza personale del regista.

Voto 3,5/5

*imprenditore, giornalista, fondatore e amministratore del gruppo Terminus

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