Angolo della Psicologa/ Ce la possiamo fare? Come continuare a vivere al tempo del Corona virus

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Tempo fa lessi un libro, un bel libro, un pò difficile da leggere, un po’ troppo cruento per digerirlo facilmente ma bello. Molto bello. Mentre procedevo nella lettura un unico pensiero mi gironzolava nella testa: “che assurdità” mi ripetevo.

Il libro in questione, il mio preferito in assoluto, si chiama Cecità edè statoscritto dal premio Nobel porteghese Josè Saramago.

Il romanzo racconta del dilagare di un’epidemia.

Un terribile virus, che non si sa da dove sia venuto e che non si capisce come si trasmette, rende improvvisamente ciechi.

All’improvviso colpisce gli occhi e non fa vedere più nulla.

Il tema del romanzo è l’indifferenza che esplode con il dilagare dell’epidemia, ma che in realtà già esisteva prima dell’avvento dell’improvvisa pestilenza.

Nei giorni passati, le notizie trasmesse dai mezzi di comunicazione, in particolare la messa in quarantena dei primi rimpatriati, il saccheggio dei supermercati e il clima di tensione che velocemente si propagava mi ha fatto tornare alla mente quelle pagine lette molto tempo prima e, dopotutto non così assurde come pensavo.

Ho avuto l’impressione, per un istante, di essere un personaggio di quel libro.

“Che strano”, ho pensato, “pensavo fosse impossibile ed invece, a quanto pare, nulla di più reale”.

Un’epidemia si sta impadronendo della nostra vista, del nostro tempo del nostro spazio, delle nostre abitudini, un’epidemia venuta da lontano ed ora cosi tanto vicina: il Corona virus.

Prima di questa ci sono state altre terribili epidemie, l’Aviaria, l’Ebola, la Sars eppure quella attuale è diversa, fa più paura.

Penso che sia proprio qui la questione la paura che sentiamo e come la gestiamo.

Non ho le competenze per mettere a confronto i diversi virus e neppure voglio farlo, ma voglio soffermarmi sulla paura.

Anche le altre epidemie ci avranno sicuramente spaventato, seppure  ora non lo ricordiamo perfettamente ma, la differenza, a mio avviso sta nella paura che più velocemente della luce, con i mille mezzi di comunicazione a nostra disposizione, si è immediatamente diffusa e ci ha contagiati lasciandoci ciechi come accadde per i personaggi di Cecità. E’ emblematica la frase conclusiva del lungo romanzo pronunciata da una delle protagoniste: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Ho pensato, giunta all’ultima pagina, che tutti i coinvolti riacquistarono la vista perché smisero di avere paura e cominciarono a comportarsi lucidamente.

Non so se ho colto a pieno il senso del libro ma credo che, se è questo , ben si adatti a questo nostro tempo.

Un mio collega qualche giorno fa ha lasciato un interessante spunto di riflessione su FB: “Se bruciasse la tua stanza mentre tu stai dormendo, non vorresti essere svegliato?” a mio avviso ha pienamente ragione, chi non vorrebbe essere svegliato? Ma aggiungo: chi non vorrebbe, una volta svegliato, essere abbastanza lucido per potersi salvare la vita?

Ho riflettuto sulla modalità di comunicazione che in questi giorni ci sta travolgendo. Tutti trasmettono messaggi pieni di ansia e paura, informazioni apocalittiche con una perfetta dizione, degna della migliore scuola di teatro in cui l’accento si pone sistematicamente sul contagio, sulla morte, sulla malattia e poi alla fine, solo alla fine, quando la mente di chi ascolta è completamente in panne viene sussurrata la notizia delle persone guarite.

Per non parlare di quelli che colgono, anche in questa occasione, lo spunto per recriminare su tutto.

Insomma, tutto questo per dire che la paura, molto spesso utile e nostra alleata, in questo modo ci sta annichilendo e sta facendo perdere il buon senso.

Tale modo catastrofico di gestire la questione non ci sta aiutando a fare la cosa migliore per stare bene e mettere in atto i comportamenti più adeguati che ci preservino non solo dal Corona Virus, ma anche dalla paura imperante che si contagia molto più velocemente del virus vero e proprio, e che ci fa perdere il contatto con la realtà, la speranza e la possibilità di  credere che possiamo farcela anche questa volta.

Il Corona virus causa tanto disagio psicologico perché, al di là della sua concreta natura virale, ci viene presentato con:

  • Informazioni che favoriscono in noi il dubbio e l’assenza di controllo (non sapere con esattezza cosa sia, la sua origine e la sua evoluzione);
  • catastrofizzazione (una modalità che apre solo prospettive drammatiche e senza soluzione);

favorendo cosi:

  • l’ aumento dei sensi di colpa (non sapendo se noi stessi ne siamo portatori e abbiamo contagiato involontariamente qualcuno);
  • la concentrazione selettiva sulle notizie negative che rinforzano il circolo vizioso dell’ansia e della paura;
  • l’ aumentano il senso di allarme e di pericolo che facilita atteggiamenti impulsivi e danneggia le relazioni.

Un validissimo aiuto per la gestione psicologica dello stato di emergenza arriva dal Conisiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi Italiani (CNOP) che prontamente ha divulgato un utile vademecum con le migliori indicazioni per meglio gestire le nostre preoccupazioni relative al momento che stiamo vivendo.

Il CNOP fornisce indicazioni anti-ansia e  suggerisce le buone pratiche per affrontare l’emergenza (il pieghevole potrà essere scaricato anche da  questa pagina) come segue:

  • Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo. Il Coronavirus è un virus contagioso ma come ha sottolineato una fonte OMS su 100 persone che si ammalano 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 hanno problemi più gravi e tra questi i decessi sono circa la metà ed in genere in soggetti portatori di altre importanti patologie.
  • Non confondere una causa unica con un danno collaterale. Molti decessi non sono causati solo dall’azione del coronavirus, così come è successo e succede nelle forme influenzali che registrano decessi ben più numerosi.  Finora i decessi legati al coronavirus sono stimati nel mondo sono cento volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. E tuttavia questo 1% si aggiunge ed è percepito in modo diverso dai “decessi normali”. Finora nessuno si preoccupava di una forte variabilità annuale perché tutti i decessi venivano attribuiti all’influenza “normale”: nell’ultima stagione influenzale sono scomparsi 34.200 statunitensi e, l’anno prima, 61.099.
  • Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi. Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi. Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci come quelle suggerite dalle Autorità Sanitarie.
  • In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni. E’ difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo.
  • Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi.

Tre buone pratiche per affrontare il Coronavirus:

  • Evitare la ricerca compulsiva di informazioni.

Abbiamo visto che è normale e funzionale, in chiave preventiva, avere paura davanti ad un rischio nuovo, come l’epidemia da coronavirus: ansia per sé e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti comprensibili e frequenti in questi giorni. E tuttavia la paura si riduce se si riflette sul suo rapporto con i pericoli oggettivi e quindi si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare.

  • Usare e diffondere fonti informative affidabili.

E’ bene attenersi a quanto conosciuto e documentabile. Quindi: basarsi SOLO su fonti informative ufficiali, aggiornate e accreditate.

  • Un fenomeno collettivo e non personale.

Il Coronavirus non è un fenomeno che ci riguarda individualmente. Come nel caso dei vaccini ci dobbiamo proteggere come collettività responsabile. I media producono una informazione che può produrre effetti distorsivi perché focalizzata su notizie in rapida e inquietante sequenza sui singoli casi piuttosto che sui dati complessivi e oggettivi del fenomeno. E’ importante tener conto di questo effetto.

( Fonte delle indicazioni di cui sopra: CNOP)

Pertanto, restiamo presenti a noi stessi, ottimizziamo le nostre risorse e le nostre possibilità per uscire da questo momento critico lasciandocelo alle spalle.                          Per occupare il tempo senza perderlo in comportamenti ansiogeni e compulsivi vi suggerisco di cogliere l’occasione per fare qualcosa che da tempo si rimandava, vedere qualche film, curare il proprio hobby, leggere e magari cominciare proprio da Cecità.

Auguro a noi tutti di tornare, il prima possibile, a vedere la luce che vince il buio e cominciare ad apprezzare ancora di più tutto quello che normalmente abbiamo e che tendiamo, con troppa facilità, a dare per scontato. Non lo è.

Coraggio! Ce la possiamo fare!

Dott.ssa Antonella Petrella, psicologa- Psicoterapeuta

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