Salari bassi, caro affitti e precarietà frenano la crescita del turismo
L'Italia registra una stagione positiva per il comparto del turismo, vale il 10% del Pil, ma si evidenziano ombre per: stipendi inadeguati, carenza di personale e case sempre più care.

A causa delle guerre e dei blocchi navali, i pessimisti avevano dato per morto e sepolto il turismo 2026, prevedendo un rallentamento dei flussi internazionali con conseguente disdetta, invece gli indicatori sembrano suggerire buoni risultati per il 2026, forse, ancora migliori dell’anno precedente.
Nei primi cinque mesi dell’anno l’aumento delle presenze è stato del 4%, dovuta ad una crescita più sostenuta del turismo interno (+7%) rispetto ai flussi dall’estero (+1%), ed è da queste premesse che parte un interessante report monografico di Ref Ricerche appena pubblicato.
Turismo non significa solo: «alberghi e ristoranti» ma anche altri settori come: trasporto e filiera agro-alimentare che serve la ristorazione, attività ricreative e culturali e in particolare i grandi eventi sportivi e musicali, le esposizioni d’arte fanno parte delle spese dei turisti come lo shopping nei centri urbani o il commercio di prodotti locali.
Secondo le analisi di Eurostat, il peso diretto del valore aggiunto del turismo, esclusi i fornitori, sull’economia italiana risulta del 5,4% sul totale, seconda solo alla Spagna (6%) e davanti alla Francia (3,5%). La Spagna è in testa anche per incidenza sul Pil (12,3%) mentre l’Italia si ferma a quota 9,6%, valori medi che si distribuiscono in maniera ampiamente disomogenea sul territorio nazionale.
Lo studio mette in rilievo il mutamento delle caratteristiche dell’offerta che si va spostando verso tipologie di alloggio meno costose (b&b, case vacanze) che creano minore valore aggiunto rispetto al comparto alberghiero tradizionale, lo stesso tipo di fenomeno ha caratterizzato il trasporto aereo, con una maggiore propensione a viaggiare innescata soprattutto dall’aumento negli anni ‘90 del peso delle compagnie low cost.
Il report sottolinea due contributi importanti dell’industria delle vacanze:
1. la creazione di opportunità di sviluppo economico in territori deboli del Paese, destinati alla desertificazione, infatti a livello regionale
2. il valore aggiunto generato dai servizi di alloggio e ristorazione che è più elevato percentualmente al Sud che al Nord (4,4 contro 3,7, ed è più elevata è nei territori a spiccata vocazione montana, come Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta o marittima, come Sardegna o Liguria e più bassa in regioni a forte vocazione industriale come Piemonte e Lombardia, il Veneto è la regione con il maggior numero di presenze: 74 milioni.
Nei servizi di alloggio e ristorazione le ore lavorate dal 2007 ad oggi sono aumentate del 33%, ma se si passa ai dati relativi al numero di occupati la crescita si amplia ulteriormente, dato che lo sviluppo del turismo interessa soprattutto lavori stagionali e a part time.
Fra il 2007 e il 2025 la crescita degli occupati nei servizi di alloggio e ristorazione è stata del 43%. In termini assoluti 580 mila occupati su un totale di 1,7 milioni di occupati in più dell’intera economia. Un contributo sostanziale, quindi, all’aumento dell’occupazione in Italia, ma con posti di lavoro a basso salario?
Negli anni ‘90 alberghi e ristoranti pagavano salari inferiori del 10% rispetto alla media dell’intera economia, poi nel corso del tempo il gap si è ampliato portandosi quasi al 25% e considerando che in media i salari reali si sono ridotti, in Italia il peggioramento delle condizioni di lavoro degli occupati del turismo appare evidente.
In generale il tipo di posto di lavoro creato è caratterizzato da bassi livelli di scolarizzazione, per questo motivo il turismo, pur crescendo, non incide più di tanto sul mercato del lavoro e richiede flussi migratori per soddisfare le esigenze delle imprese.
La scarsità di manodopera è uno degli ostacoli maggiori alla produzione: le difficoltà di reperimento si avvertono maggiormente nel settore della ristorazione dove la quota delle imprese che si lamentano è del 54%, si parla di un sistema sottoposto a una forte concorrenza internazionale ma considerato che l’aumento dei flussi è determinato dall’allargamento dell’offerta verso il basso, la competitività di prezzo è decisiva, di conseguenza chi ne paga le spese sono sempre e comunque i lavoratori.
Alfredo Magnifico



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