Rimanere poveri pur lavorando
Ogni giorno ci viene raccontato che il mercato del lavoro cresce, ma, enfatizzare il numero di ingresso al lavoro, soltanto attraverso il numero degli occupati mostra una fotografia parziale, per rendersi conto di quella che è la realtà, bisogna guardare alla qualità dell’occupazione, alle ore lavorate, alla continuità dei contratti e soprattutto alle retribuzioni.
Un posto di lavoro non vale l’altro e un contratto non offre sicurezza se scade continuamente, un aumento nominale serve a poco se arriva dopo che l’inflazione ha già divorato una parte consistente del potere d’acquisto ed è qui che la questione della povertà incontra, direttamente, quella salariale.
Serve darsi una mossa, occorre rinnovare per tempo i contratti nazionali, aumentare i salari reali, ridurre precarietà e part-time involontario, impedire che appalti e subappalti diventino strumenti per comprimere costo e diritti del lavoro.
Il rischio è che la fragilità diventi permanente; salari bassi oggi significano contributi più bassi e quindi pensioni più povere domani.
Quando una famiglia deve tagliare libri, sport, formazione, tecnologia o università dei figli, la disuguaglianza economica diventa soprattutto disuguaglianza educativa e sociale, la povertà finisce per trasmettersi da una generazione all’altra, bloccando così l’ascensore sociale.

Per decenni la promessa, implicita, è stata semplice: attraverso il lavoro si poteva migliorare la propria condizione, costruire una famiglia, conquistare autonomia e immaginare un futuro migliore per i figli, quella promessa si è incrinata.
La povertà non può essere affrontata soltanto con bonus e interventi emergenziali, servono politiche sociali e servizi pubblici che permettano stabilità economica e sociale.
Alfredo Magnifico



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