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Pietracatella/Di Giacomo: L'assenza di un riscontro biologico non prova una simulazione. Il processo non si faccia in TV

redazione informamolise
19 ago
Tempo di lettura: 2 min

«Sul caso di Pietracatella bisogna evitare che un dato scientifico ancora da interpretare venga trasformato in televisione in una prova di comportamento sospetto. Se dagli accertamenti dovesse emergere che uno dei familiari non è stato esposto alla ricina, questo non consentirebbe automaticamente di affermare che abbia simulato i sintomi».


Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, intervenendo sul dibattito sviluppatosi nelle ultime ore intorno agli accertamenti scientifici disposti nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di madre e figlia.


«Tra l’essere stati avvelenati e l’aver finto di stare male esiste una terza possibilità che non può essere cancellata per esigenze televisive: una persona può avvertire realmente sintomi fisici senza essere stata intossicata. Paura, stress acuto, forte coinvolgimento emotivo e la convinzione di essere stati esposti allo stesso pericolo vissuto dai propri familiari possono produrre manifestazioni somatiche autentiche». Di Giacomo precisa: «Non sto sostenendo che sia necessariamente accaduto questo nel caso di Pietracatella. Sarebbe scorretto sostituire un’ipotesi con un’altra. Sto dicendo esattamente il contrario: non possiamo ricavare da un singolo risultato biologico una conclusione sulla sincerità o meno del comportamento di una persona». «Un laboratorio può contribuire a stabilire se vi sia stata un’esposizione a una determinata sostanza. Non può, da solo, rispondere alla domanda se qualcuno abbia mentito. Il laboratorio cerca riscontri scientifici, non colpevoli».


Secondo Di Giacomo, il rischio è quello di creare un vero e proprio “processo parallelo”: «I grandi casi di cronaca inevitabilmente entrano nei programmi televisivi ed è legittimo discuterne. Ma esiste una linea che non dovrebbe essere superata: quella che separa l’analisi dall’attribuzione implicita di responsabilità. Quando un elemento investigativo viene presentato come se producesse automaticamente una conclusione accusatoria, il telespettatore rischia di ricevere una sentenza prima ancora che esista un’accusa».


«Nel caso di Pietracatella questa prudenza è ancora più necessaria. Parliamo di una vicenda estremamente complessa, nella quale il lavoro scientifico ha un peso enorme e nella quale ogni nuovo risultato deve essere letto insieme agli altri elementi dell’indagine. La scienza forense non funziona per slogan e il diritto ancora meno».


Di Giacomo conclude: «Si può e si deve raccontare Pietracatella. Si possono formulare domande e analizzare scenari. Ma una cosa è interrogarsi, un’altra è trasformare un’ipotesi televisiva in un sospetto pubblico. Prima vengono i fatti, poi la loro interpretazione e solo alla fine, eventualmente, le responsabilità. Invertire questo ordine significa fare spettacolo, non criminologia».

1 commento


Giuseppe TROISE
Giuseppe TROISE
21 ago

Eh, sì Dott. Di Giacomo pensai fin da subito che sarebbe stato il ns. Gianni a finire nella tagliola, ma solo in relazione al comportamento degli inquirenti.

E le prove? Ah, già, la RICINA, il potente veleno! Come fosse una roba che si trova comunemente al supermercato. Non si tratta infatti semplicemente di tirare un grilletto ma di provocare in maniera CERTA ed esclusiva il decesso di due persone (quasi contemporaneamente), utilizzando una sostanza venefica prodotta ARTIGIANALMENTE. Evento più UNICO che raro al mondo.

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