L’Italia nella morsa della denatalità
Secondo l’Istat nel 2025 sono nati 14mila bambini in meno rispetto all’anno precedente, nei primi 7 mesi del 2026 le nascite ancora giù di duemila unità, una diminuzione, consistente,con il 3,8% in meno.

Le cause sono varie e tra queste c’è che sono pochi gli uomini e le donne in età da diventare genitori, si sconta la diminuzione di nati degli anni ‘80.
Tentare di affermare il modello della donna fattrice di figli e di conseguenza casalinga, finché i bimbi e le bimbe sono piccoli, non serve a nulla poiché nei paesi dove è più alto il tasso di occupazione femminile ( l’Italia è fanalino di coda in Europa per occupazione femminile) il numero di figli per donna è maggiore.
Da noi le donne che abbandonano il lavoro alla nascita di un figlio sono tante, circa una donna su cinque (il 18–20%), solo il 43,6% delle occupate tra i 18 e i 49 anni continua a lavorare post-maternità, con percentuali ancora più basse, nel Mezzogiorno, la prima revisione del Pnrr ha tagliato gli stanziamenti per i posti in asilo nido.
Nel 2025 il numero di nati per donna si ferma a 1,14 da 1,18 del 2024 e la stima provvisoria relativa al periodo gennaio-luglio 2026 evidenzia una fecondità pari a 1,13 mentre tra i 30 e i 40 anni si concentra oltre il 65% delle nascite attuali.
Con questa realtà dovremmo accogliere a braccia aperte gli uomini e le donne migranti concedendo loro di avere lavoro regolare, casa dignitosa e accesso ai servizi, così da consentirgli, se lo desiderano, di avere figli, che non dovranno sentirsi messi ai margini andando a scuola.
Mentre i bimbi e le bimbe nati da genitori italiani diminuiscono considerevolmente, diminuzione minore si registra quando i genitori sono entrambi stranieri, la curva cambia segno e vira al positivo per i nati da coppie miste, sono stati nel 2025 80.442, arrivando a costituire il 22,6% delle nascite.
Aumentano i figli e le figlie nati da coppie non coniugate che si attestano a 56.874. La Sardegna si conferma la regione con la più alta quota di nascite al di fuori del matrimonio (59,4%), seguita dal Lazio (51,7%), nel Mezzogiorno, la quota più alta si osserva in Abruzzo (49,9%), le percentuali più basse si registrano in Basilicata (33,0%) e in Calabria (35,7%).
Le difficoltà di realizzazione di tutti o parte dei progetti riproduttivi si legano a molteplici fattori, tra i quali l’allungarsi dei percorsi d’istruzione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, a cui si affiancano le difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, tra queste probabilmente vi è anche che il momento di diventare madri viene sempre più posticipato, l’età media del primo parto, spesso anche unico, si attesta ai 32,7 anni.
Più passa il tempo meno si è fertili e oggi le cause di infertilità sono diverse e in aumento.
Per diventare madri, genitori, occorre innanzitutto il desiderio e poi servono condizioni economiche e sociali che consentano a quel desiderio di diventare realtà, spetta al governo pensare e prevedere politiche che rendano quel desiderio praticabile.
Non sono i bonus mamme, o bebè gli strumenti giusti, si spera che notizie migliori arrivino dalla prossima legge di bilancio.
Alfredo Magnifico



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