Pietracatella/Di Giacomo: il cellulare della figlia può raccontare gli ultimi giorni della famiglia
- redazione informamolise
- 4 ore fa
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Nel giallo di Pietracatella la verità potrebbe non essere nascosta soltanto nei risultati
tossicologici, ma anche dentro un telefono.

Il controllo del cellulare di Alice Di Vita, figlia maggiore di Antonella Di Ielsi e sorella di Sara, può diventare uno snodo decisivo per ricostruire le ultime ore, i contatti familiari, le comunicazioni nei giorni della tragedia e il clima che precedette la morte delle due donne.
È da qui che parte l’analisi di Aldo Di Giacomo, psicologo, esperto di criminologia, con lunga esperienza maturata nella Polizia Penitenziaria e da anni impegnato nell’analisi dei fenomeni criminali più brutali degli ultimi decenni.
“Quel telefono può dire molto più di quanto sembri. Non solo perché può contenere
messaggi, orari, contatti e conversazioni, ma perché può restituire il clima emotivo e
relazionale in cui si muoveva la famiglia. In casi come questo non si cerca soltanto una prova tecnica: si cerca una sequenza, un prima e un dopo, una frattura nei rapporti, un dettaglio apparentemente minimo che può diventare decisivo”.
Secondo Di Giacomo, l’elemento della prossimità è centrale: “Questo è un delitto che nasce dentro un perimetro relazionale vicino. Non significa necessariamente dentro la famiglia in senso stretto, ma certamente dentro una zona di conoscenza, accesso e fiducia. Chi ha colpito doveva sapere quando agire, come non destare sospetti, come sfruttare un momento ordinario della vita domestica. È questa la firma più inquietante del caso: la normalità trasformata in trappola”.
L’esperto introduce poi un punto tecnico rilevante: la possibile somministrazione unica della ricina. “A mio avviso non è necessario ipotizzare più somministrazioni. Una sola somministrazione può essere sufficiente a spiegare l’evoluzione successiva, soprattutto se avvenuta per ingestione. I tempi di reazione alla ricina cambiano a seconda della modalità di esposizione: l’ingestione ha generalmente tempi più lunghi rispetto all’inalazione o all’iniezione. Questo può spiegare una progressione più lenta, inizialmente confusa, con sintomi che possono essere scambiati per altro”.
Di Giacomo sottolinea anche il tema della reperibilità della sostanza: “Sono certo che la ricina sia stata reperita sul posto. Il ricino può essere presente anche in contesti ordinari e le quantità necessarie per provocare effetti letali sono molto basse. Non servivano laboratori o canali criminali: anche questo conferma la natura premeditata e di prossimità dell’omicidio”.
Anche l’apparente miglioramento dopo le cure ospedaliere, secondo Di Giacomo, non deve essere letto come un elemento incompatibile con l’avvelenamento: “L’apparente
miglioramento non smentisce l’azione della ricina. Le cure possono avere trattato la
sintomatologia, possono aver dato l’impressione di un recupero momentaneo, ma se il veleno aveva già avviato il suo effetto sull’organismo, il decorso poteva essere comunque destinato a peggiorare nei giorni successivi. In altre parole: si poteva curare il sintomo, ma non fermare il processo ormai innescato”.
Per questo, secondo Di Giacomo, il caso va letto come un omicidio studiato, non come un evento improvvisato: “Qui non siamo davanti a un gesto impulsivo. Siamo davanti a una scelta, a una preparazione, a una capacità di attesa. Chi ha agito ha potuto contare sul tempo: il tempo per procurarsi la sostanza, il tempo per avvicinarsi alle vittime, il tempo per lasciare che gli effetti si sviluppassero. È un omicidio silenzioso, ma non per questo meno feroce”.
Gli investigatori stanno lavorando anche sui rapporti interni alla famiglia, sulle possibili tensioni tra parenti, sui nuovi sopralluoghi e sull’analisi dei dispositivi digitali.
“Il cellulare della figlia maggiore può essere decisivo proprio perché può incrociare due piani: quello sanitario e quello relazionale. Può chiarire cosa accadde nelle ore dei malori, chi parlò con chi, quali informazioni circolarono, quali preoccupazioni furono espresse e se vi furono elementi anomali nei comportamenti o nei messaggi. In casi così complessi, la verità spesso non sta in una sola prova, ma nell’incastro di tanti frammenti”.
Di Giacomo torna poi sulla sua lettura criminologica già espressa nei giorni scorsi.
“Dal punto di vista psicologico e criminologico, il cerchio si stringe attorno a due persone, che possono aver agito da sole oppure anche insieme. Questa è la mia analisi. Naturalmente serviranno prove scientifiche, digitali e testimoniali per trasformare una lettura criminologica in verità giudiziaria. Ma oggi il quadro non parla di fatalità, non parla di incidente, non parla di casualità: parla di un omicidio pensato e realizzato da qualcuno molto vicino alle vittime”.
E conclude: “Chi ha ucciso non ha colpito soltanto Antonella e Sara. Ha colpito una famiglia, un equilibrio, un’immagine di vita. Potrebbe esserci rancore, gelosia, frustrazione, possesso, esclusione. Ma una cosa appare chiara: non siamo davanti a una mano lontana. Siamo davanti a una mano vicina, capace di muoversi nel silenzio e di aspettare che il veleno facesse il resto. Ora il compito degli investigatori è trasformare questa vicinanza in prova. Perché un sospetto può indicare una strada, ma solo una prova può portare alla verità”.



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