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Pietracatella/Di Giacomo: Dopo mesi l'assenza di indagati e misure cautelari non è più comprensibile

  • redazione informamolise
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Le indiscrezioni giornalistiche secondo cui gli investigatori avrebbero ormai individuato

l’autore o gli autori del duplice omicidio di Pietracatella non sono una novità delle ultime

ore. Da mesi si parla di persone attenzionate, di sospettati, di un perimetro familiare e

relazionale ristretto e di un’attività investigativa che non sarebbe più orientata

genericamente alla ricerca del colpevole, ma al consolidamento delle prove nei confronti di soggetti già individuati.



«La nostra impressione, che alla luce del tempo trascorso e degli elementi emersi appare

ormai qualcosa di più di una semplice impressione – afferma Di Giacomo – è che gli

investigatori stiano cercando una sorta di certezza assoluta prima di procedere alle

iscrizioni nel registro degli indagati e alle eventuali richieste di misure cautelari».

Se così fosse, ci troveremmo davanti a un’impostazione difficilmente condivisibile.

Il processo penale non richiede che ogni particolare del delitto sia già chiarito, che ogni

prova scientifica sia definitiva e che ogni possibile ricostruzione alternativa sia stata

preventivamente esclusa prima di iscrivere una persona nel registro degli indagati.


L’iscrizione non è una condanna e non presuppone una certezza assoluta sulla

responsabilità. Rappresenta l’atto dovuto quando gli elementi investigativi assumono una direzione concreta verso una persona determinata ed è anche uno strumento

indispensabile per garantire il diritto di difesa durante gli accertamenti tecnici e processuali.


Pretendere di arrivare prima alla dimostrazione completa del delitto e soltanto dopo

all’iscrizione significa, di fatto, invertire il normale percorso dell’indagine. Il quadro che

emerge rischia inoltre di evidenziare una certa difficoltà nella gestione di un’indagine

certamente eccezionale, rara e particolarmente delicata. La straordinarietà del caso,

tuttavia, non può giustificare un’attesa indefinita né trasformare la prudenza investigativa in una ricerca irrealistica della prova perfetta.


«Comprendiamo che un duplice omicidio commesso mediante ricina non abbia precedenti facilmente sovrapponibili e che imponga approfondimenti scientifici di altissimo livello – prosegue Di Giacomo – ma proprio perché il mezzo utilizzato è eccezionale, non bisogna perdere di vista un dato essenziale: gli spazi investigativi non sono infiniti».


Il perimetro nel quale cercare il colpevole o i colpevoli è ristretto. La ricina non può essere

stata somministrata casualmente. Chi ha agito doveva conoscere le abitudini delle vittime, avere accesso agli alimenti o agli ambienti frequentati dalla famiglia, sapere come e quando intervenire e poter contare sulla possibilità di non destare immediatamente sospetti.


Si tratta quindi, con elevata probabilità, di un omicidio di prossimità. Un delitto maturato

all’interno di un ambito familiare o relazionale limitato, nel quale le persone con possibilità concreta di preparare, introdurre e somministrare la sostanza non possono essere numerose.


Anche l’ipotesi del coinvolgimento di più soggetti appare tutt’altro che marginale.

Potrebbero esservi ruoli differenti: chi ha ideato il piano, chi ha procurato o preparato la

ricina, chi ha avuto accesso alla casa o agli alimenti, chi ha materialmente somministrato il veleno e chi potrebbe aver fornito coperture o versioni non corrispondenti alla realtà.


Dopo centinaia di audizioni, l’analisi di telefoni, computer e conversazioni, i sequestri, gli

accertamenti tossicologici, il lavoro di consulenti italiani e stranieri e la conferma della morte per ricina, non è più credibile rappresentare l’indagine come se si dovesse ancora

individuare un punto dal quale partire.


Il punto di partenza è stato superato da tempo.

«Se gli investigatori hanno realmente ristretto l’attenzione su persone determinate –

osserva Di Giacomo – non si comprende perché queste posizioni non siano state

formalizzate. Se, invece, non esistono ancora elementi concreti contro nessuno, allora

bisogna spiegare come sia possibile che, dopo un’attività investigativa tanto imponente e prolungata, il procedimento sia ancora formalmente privo di indagati per il duplice

omicidio».


Lo stesso ragionamento riguarda le misure cautelari. È evidente che non possa esservi un arresto automatico sulla base di un sospetto o di un’indiscrezione giornalistica. Servono gravi indizi di colpevolezza e almeno una delle esigenze cautelari previste dalla legge. Ma, se davvero gli autori sono stati individuati e gli elementi raccolti sono solidi, non si può ignorare il rischio di inquinamento probatorio, di condizionamento dei testimoni, di accordi tra eventuali complici, di fuga o di reiterazione di condotte pericolose.


Parliamo di persone che, qualora le ipotesi fossero corrette, avrebbero pianificato e

realizzato un duplice avvelenamento con una sostanza letale, dimostrando freddezza,

organizzazione e capacità di occultamento. Pensare che non vi sia alcuna esigenza cautelare possibile richiederebbe una valutazione particolarmente rigorosa e convincente.


Non chiediamo arresti mediatici e non intendiamo anticipare giudizi di colpevolezza.

Chiediamo però che gli atti processuali siano coerenti con ciò che da mesi viene

rappresentato sullo stato dell’indagine.


Non si può continuare a sostenere che gli investigatori sanno chi ha commesso il delitto,

che il quadro è ormai delineato e che mancherebbe soltanto l’ultima prova, mantenendo

contemporaneamente il fascicolo senza indagati e senza alcuna iniziativa cautelare.

«La ricerca della verità non coincide con la ricerca di una certezza matematica –

conclude Di Giacomo –. Le indagini si fondano sulla convergenza di elementi scientifici,

testimonianze, dati digitali, comportamenti, contraddizioni e possibilità concrete di accesso ai luoghi e alle vittime.


La prudenza è un valore. La paralisi no.

Dopo tutto questo tempo, l’assenza di iscrizioni e di misure cautelari non può più essere

giustificata soltanto con la complessità e la rarità del caso. Il delitto è eccezionale, ma il

perimetro investigativo è ristretto.

Se gli inquirenti conoscono davvero il responsabile o i responsabili, è arrivato il momento di tradurre la conoscenza investigativa in atti processuali. Diversamente, il ritardo rischia di apparire non soltanto incomprensibile, ma il segnale di una difficoltà ad assumere decisioni in un’indagine particolarmente delicata».

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