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Pietracatella, Di Giacomo: Cerchio ristretto a due persone, ma servono prove certe. Attenzione a non ripetere errori giudiziari come nel caso Garlasco

  • redazione informamolise
  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

“Dal punto di vista psicologico e criminologico, come abbiamo già sostenuto nei giorni scorsi, il cerchio si restringe attorno a due persone. Due figure che potrebbero aver agito singolarmente oppure insieme. Ma proprio perché gli investigatori sembrano muoversi dentro questo perimetro, oggi serve la massima prudenza: una pista investigativa non può diventare automaticamente una verità processuale”.



Lo dichiara Aldo Di Giacomo, psicologo ed esperto di criminologia, con lunga esperienza nella Polizia Penitenziaria e impegnato da decenni nell’analisi dei fenomeni criminali più brutali, intervenendo sul caso di Pietracatella.


“Questa vicenda — afferma — è ormai chiaramente lontana dall’ipotesi della fatalità o dell’incidente domestico. Siamo davanti a un delitto costruito, ragionato, maturato con una conoscenza delle abitudini familiari e della sfera privata delle vittime. Chi ha agito non ha colpito d’impulso: ha scelto un mezzo subdolo, ha atteso il momento giusto e ha cercato di restare nell’ombra”. Secondo l’esperto, la chiave del caso resta nella prossimità. “Chi ha ucciso Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita non può essere letto come un estraneo qualunque alla vita delle vittime.


Il profilo che emerge è quello di una persona, o di più persone, capaci di conoscere tempi, movimenti, abitudini, alimentazione e dinamiche familiari. È per questo che, sul piano criminologico, il cerchio si restringe a due soggetti: due persone che potrebbero aver agito separatamente oppure insieme, in una dinamica ancora tutta da chiarire”. L’analisi, però, non può trasformarsi in una sentenza anticipata. “Un conto è individuare un perimetro compatibile con il delitto; altra cosa è dimostrare chi abbia materialmente preparato, introdotto o somministrato il veleno.


È qui che si giocherà la partita più difficile per gli investigatori. Trovare il possibile autore non significa ancora provare la sua responsabilità. Servono evidenze scientifiche e prove certe in grado di indicare in modo chiaro, diretto e non equivoco il colpevole”. Il rischio più grande, in questa fase, è quello della pressione mediatica. “Nei grandi casi di cronaca nera si crea spesso una fame di colpevole.


È comprensibile, perché davanti alla morte di una madre e di una figlia l’opinione pubblica chiede giustizia. Ma la giustizia non può essere fretta, non può essere suggestione, non può essere la costruzione di un sospetto trasformato in verità solo perché appare verosimile. Le indagini devono correre, certo, ma le prove devono camminare con passo fermo”.


“Il caso Garlasco — prosegue — dovrebbe essere un monito per tutti. Quando il processo mediatico corre più veloce delle certezze scientifiche, il rischio è enorme: si possono mandare in carcere persone sbagliate, si possono costruire verità fragili, si possono lasciare ferite aperte per anni. In un Paese civile non basta individuare qualcuno che ‘potrebbe’ aver commesso un delitto. Bisogna dimostrarlo oltre ogni ragionevole dubbio”.


La ricina può confermare il mezzo e la volontà omicida, ma non basta da sola a indicare la mano che ha agito. “Il veleno racconta molto, ma non racconta tutto. Può dire come sono morte le vittime, può indicare una premeditazione, può confermare che non siamo davanti a un gesto casuale. Ma per arrivare al responsabile servirà ricostruire ogni passaggio: chi aveva accesso al cibo, chi conosceva le abitudini della famiglia, chi poteva muoversi senza destare sospetti, chi aveva un movente, chi ha mentito, chi ha taciuto, chi oggi mostra comportamenti incompatibili con la normalità”. Serve quindi distinguere con chiarezza tra sospetto e prova. “In questa fase il sospetto può orientare le indagini, ma non può sostituire la prova. Un comportamento anomalo, una contraddizione, una vicinanza alla famiglia, un interesse personale o un movente possibili sono elementi importanti, ma da soli non bastano.


La verità giudiziaria deve poggiare su riscontri oggettivi. Altrimenti il rischio è duplice: non dare giustizia alle vittime e distruggere la vita di chi potrebbe non avere responsabilità”.


“È evidente — conclude — che gli investigatori siano davanti a una delle sfide più delicate: individuare chi ha trasformato la normalità familiare in una scena di morte, senza però farsi trascinare dalla necessità di chiudere il caso a tutti i costi. La criminologia può indicare una strada, può restringere il campo, può leggere le dinamiche psicologiche e relazionali. Ma l’ultima parola devono averla le prove. Per Antonella e Sara serve giustizia vera, non una verità comoda. Perché davanti a due morti non possiamo permetterci né l’impunità del colpevole né la condanna di un innocente”.

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