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La spesa in armi fagocita la spesa sociale

  • redazione informamolise
  • 23 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Il Fondo monetario internazionale, nel suo World Economic Outlook, analizza le conseguenze economiche e sociali dei conflitti e dell'aumento della spesa in difesa ne viene fuori un quadro che vede la spesa per la difesa offrire un supporto temporaneo alla domanda, ma a lungo andare i suoi costi pongono rischi significativi per la stabilità macroeconomica globale.


Armi o welfare? Questo è il dilemma che emerge dall’analisi, poiché a pagare il conto della crescita della spesa per la difesa sono: il debito pubblico, lo sviluppo sociale e le generazioni future.


Il grande boom della spesa nella difesa sono diventati i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo: negli ultimi cinque anni, metà dei Paesi al mondo hanno aumentato i budget per la difesa e le principali aziende del settore hanno raddoppiato le vendite di armi in vent’anni.


Analizzando i dati dal 1946 a oggi per 164 Paesi, il Fmi identifica quali sono i boom di spesa tipici e i loro effetti nel breve e nel lungo periodo, risulta un aumento di spesa per la difesa di circa 2,7 punti percentuali del Pil in due anni e mezzo, con due terzi di questo aumento finanziato tramite deficit pubblico.


L’illusione ottica di un beneficio economico dura poco: i deficit fiscali peggiorano di circa 2,6 punti percentuali del Pil, il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali in soli tre anni.


L’aumento del budget militare avviene a discapito di sanità e istruzione, con la spesa sociale che cala in termini reali, l’effetto si amplifica nei periodi di guerra e nei Paesi coinvolti nel conflitto il debito pubblico si può alzare di 14 punti percentuali e le perdite di produzione superano quelle causate da gravi crisi finanziarie o disastri naturali, i saldi commerciali tra import ed export tendono a peggiorare poiché la domanda interna si sposta verso l’importazione di attrezzature militari sofisticate prodotte all’estero.


I Paesi, una volta che escono dai conflitti, hanno un recupero lento e dipende dalla stabilità della pace, spesso diventano necessarie riforme istituzionali e il sostegno della comunità internazionale per la ristrutturazione del debito.


Le guerre provocano gravi compromessi macroeconomici tra il settore monetario e il fiscale e lasciano cicatrici durature, sulla capacità produttiva del Paese, con riverberi anche sugli Stati vicini: principalmente attraverso le interruzioni delle catene di approvvigionamento e del commercio, l’aumento dei prezzi delle materie prime e i flussi migratori.

L’economia colpita da un conflitto subisce una contrazione del Pil reale di circa il 7% in cinque anni, le perdite sono guidate da un crollo drastico dei consumi privati e degli investimenti, anche a causa dell’incertezza e nel momento in cui gli Stati sono chiamati a spendere di più per rifornire il proprio arsenale, le entrate economiche crollano.

Il Fondo suggerisce quattro pilastri su cui basare la ripartenza dopo un conflitto, per favorire una ripresa efficace:

·        la stabilizzazione macroeconomica immediata per frenare l’inflazione e stabilizzare il cambio;

·        la ristrutturazione del debito per permettere allo Stato di tornare a investire;

·        il supporto internazionale, sotto forma di aiuti finanziari e assistenza tecnica;

·        le riforme istituzionali per ricostruire la fiducia degli investitori e la trasparenza dello Stato.

Solo pacchetti politici così completi possono garantire una ripresa altrettanto forte, ed evitare che le cicatrici economiche diventino permanenti, condannando i sopravvissuti a una povertà cronica ben oltre la fine delle ostilità.

Alfredo Magnifico

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