Il mondo ha bisogno di pace e lavoro non di armi e guerre
Il mondo sta scegliendo le armi invece del lavoro, la competizione invece della cooperazione, la concentrazione della ricchezza invece della redistribuzione e dietro la militarizzazione non c’è soltanto una scelta di politica estera: c’è un modello economico e sociale che rischia di scaricare ancora una volta i suoi costi su lavoratrici, lavoratori e poveri.
Gli equilibri mondiali sono saltati e se fino a poco fa si parla dei rischi che correva il mondo oggi, purtroppo, quei rischi sono realtà.
Onu e Nato anziché rafforzare il modello sociale e i valori di pace, democrazia e solidarietà, hanno scelto il silenzio complice e seguire la strada indicata dagli Stati Uniti di Trump.
Le élite economiche non si accontentano più di influenzare le decisioni pubbliche, ma puntano a esercitare direttamente il potere, liberandosi progressivamente di regole e vincoli. Il risultato è l'indebolimento dei diritti, degli spazi democratici e degli strumenti di partecipazione.
La guerra torna a essere considerata uno strumento ordinario della politica e dell’economia, mentre il diritto internazionale viene progressivamente svuotato e violato.
La costruzione del consenso passa attraverso l’individuazione di un nemico: “L’elemento più debole e indifeso delle nostre società: gli immigrati. Il capro espiatorio perfetto.
Quanto accade sul piano internazionale non può essere separato dalle condizioni materiali di chi lavora, la corsa al riarmo nazionale, sottrae risorse alla spesa sociale e all’occupazione, mentre avanzano precarizzazione, restrizioni del diritto di manifestare e dello sciopero, politiche migratorie fondate su criminalizzazione e respingimenti.
Non è questa il mondo che vogliamo e che da giovani abbiamo sognato, l’alternativa passa per investimenti pubblici, servizi, occupazione stabile e sicura, transizioni ecologica e digitale capaci di creare lavoro dignitoso e passa anche da una diversa distribuzione della ricchezza, forse, è il momento di tassare i patrimoni, i profitti e le rendite finanziarie più alte per ridistribuire benessere e creare sviluppo.
Il punto è che non si può promettere un mondo sociale, mentre la priorità diventa l’aumento della spesa militare.
La risposta ai bisogni dei lavoratori non è mai stata la guerra. Il lavoro, i diritti, lo sviluppo e la giustizia muoiono nelle guerre, a guadagnarci sono speculazioni e interessi di chi dispone di ricchezza e potere.
Occorre costruire un fronte comune tra sindacati, movimenti, associazioni, realtà culturali e forze politiche.

Pace, democrazia, uguaglianza, giustizia sociale, lavoro e diritti possono sembrare parole difficili da pronunciare proprio mentre avanzano nazionalismi, autoritarismi e militarizzazione ed è esattamente per questo che diventano ancora più necessarie, il nostro compito, storico, è ancora più necessario, personalmente ho sognato per una vita e continuerò a sognare sperando che si possa sperare in un mondo migliore.
Alfredo Magnifico



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