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“Il Molise non si salva dividendolo”

  • redazione informamolise
  • 19 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Il pronunciamento del Consiglio di Stato ha riportato al centro del dibattito il possibile

referendum per il distacco della Provincia di Isernia dal Molise e la sua aggregazione

all’Abruzzo.


Dietro questa iniziativa c’è sicuramente un malessere reale, legato alla carenza di

servizi, alle difficoltà della sanità pubblica e alla mancanza di infrastrutture... problemi

che purtroppo riguardano anche altre zone del Molise.


Comprendo, quindi, le ragioni che hanno portato migliaia di cittadini a sostenere

questo percorso. Non condivido, però, la soluzione proposta. Soprattutto una

separazione “parziale” della Regione, che rischierebbe di provocare seri danni a

entrambi i territori.


Isernia, Campobasso, Termoli e gli altri comuni molisani appartengono allo stesso

sistema geografico, sociale ed economico. Allontanarsi da questa realtà per entrare in

una Regione molto più grande non significa automaticamente ottenere maggiore

attenzione.


Oggi Isernia è una delle sole due province della Regione Molise. Questo è un elemento

da non sottovalutare.

Si può certamente sostenere, e a ragione, che questa centralità non sia stata

valorizzata sufficientemente negli anni.

Ma questa centralità esiste. Ed è una forza politica e istituzionale che dovrebbe essere

utilizzata meglio, non abbandonata.

Rinunciare a questa centralità per entrare in una Regione nella quale il peso

demografico sarebbe inevitabilmente molto più ridotto rischierebbe di produrre

l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.


Oggi gli abitanti della Provincia di Isernia rappresentano circa un quarto della

popolazione molisana. In un ipotetico Abruzzo allargato rappresenterebbero, invece,

una percentuale molto più piccola, inferiore al 5-6% della popolazione complessiva.


E i numeri "contano" quando si distribuiscono risorse, quando si programmano

infrastrutture, quando si decide dove investire e, inevitabilmente, anche nella

rappresentanza politica.

Non perché l’Abruzzo abbia qualcosa contro Isernia, naturalmente, ma perché

l’Abruzzo ha città, province, territori e bacini demografici molto più grandi, che hanno

legittimamente le proprie necessità e le proprie priorità.

Pensare che una piccola provincia, entrando in una Regione molto più popolosa,

diventi automaticamente una priorità sarebbe, a mio avviso, un errore.


Spostare un confine regionale sulla cartina geografica non risolve automaticamente i

problemi di un territorio.

Il giorno successivo a un eventuale passaggio all’Abruzzo, Le distanze sarebbero le

stesse. I comuni delle aree interne continuerebbero ad avere gli stessi problemi legati

allo spopolamento.

Le infrastrutture non comparirebbero improvvisamente. I medici non aumenterebbero

per effetto di un cambio di Regione. E le opportunità di lavoro non nascerebbero

semplicemente perché cambia il nome dell’ente regionale di appartenenza.

Cambierebbe, invece, il luogo nel quale vengono assunte molte delle decisioni che

interessano il territorio. E aumenterebbe il numero di cittadini, territori e interessi con i

quali Isernia dovrebbe confrontarsi politicamente per ottenere attenzione e risorse.

Senza considerare che, per determinate pratiche, autorizzazioni o adempimenti

amministrativi, i cittadini potrebbero trovarsi a dover fare riferimento a uffici regionali

situati a Pescara o L’Aquila.


Il paradosso sarebbe ritrovarsi con gli stessi problemi di oggi, ai quali potrebbero

aggiungersi nuove difficoltà, e con un peso politico molto inferiore rispetto a quello che la Provincia di Isernia possiede attualmente all’interno del Molise.


Ecco perché continuo a sostenere un principio molto semplice.

Se proprio, per assurdo, si volesse discutere dell’ipotesi di un futuro insieme

all’Abruzzo, avrebbe almeno maggiore logica ragionare sull’intero Molise.

Non sarebbe comunque la mia scelta.

Credo nell’autonomia del Molise e penso che questa Regione debba lottare per

risolvere i propri problemi, non rinunciare alla propria esistenza.


Ma, dal punto di vista territoriale e istituzionale, un conto sarebbe discutere di un

progetto complessivo. Altra cosa è smembrare una Regione già piccola, separando una

provincia dall’altra e immaginando che da questa divisione possano nascere due

territori più forti.


Il Molise si trova attualmente in una situazione finanziaria e sanitaria estremamente

complessa, con criticità che non possono essere ignorate. Esistono debiti e strutture

amministrative, ma anche società partecipate, contratti, servizi regionali e impegni

economici che non scomparirebbero semplicemente perché una parte del territorio

cambia Regione.

Sarebbe necessario stabilire come ripartire obbligazioni, patrimonio e responsabilità,

come cambierebbero i trasferimenti e come dovrebbero essere ridisegnati la sanità, i

trasporti, la programmazione economica e i fondi destinati al territorio.

Sono questioni enormi.


Credo che questo sia il momento nel quale dobbiamo ricordarci che siamo cittadini

dello stesso territorio e abbiamo molti più problemi in comune di quanti ne abbiamo gli uni contro gli altri.


Penso anche che sarebbe sbagliato liquidare questa vicenda in modo superficiale.

Il fatto stesso che migliaia di persone abbiano deciso di sostenere un percorso per

lasciare la Regione nella quale vivono rappresenta un segnale politico enorme che

nessuno dovrebbe ignorare.

La politica molisana dovrebbe avere il coraggio di prenderne atto e interrogarsi

seriamente sulle proprie responsabilità.


Penso che, nei momenti di maggiore difficoltà, una comunità debba utilizzare quella

rabbia e quel malessere non per dividersi, ma per pretendere insieme un cambiamento.


Andrea Montesanto

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