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Il lavoro non è scomparso: si è disperso

  • redazione informamolise
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Nei lontani anni settanta, quando iniziai la mia attività sindacale il lavoro era concentrato, riconoscibile, quasi sempre stabile, oggi è frammentato, mobile, incerto, caratterizzato da contratti brevi, appalti a catena, lavoro dipendente trasformato in autonomo, piattaforme che distribuiscono turni e compensi tramite algoritmi.




Quando il lavoro si frammenta, si disperde, di conseguenza i lavoratori diventano più soli, la solitudine, nel lavoro, non è psicologica ma diventa assenza di potere contrattuale.

Il sindacato personalmente l’ho interpretato e continuo a int

erpretarlo come un “servizio” ma soprattutto un luogo di relazione, uno spazio in cui il lavoro ritrova la sua dimensione collettiva il luogo dove si costruisce ciò che la frammentazione tende a dissolvere: il senso di appartenere a qualcosa di più grande del proprio contratto individuale.


Il sindacato nacque per unire mondi diversi del lavoro, recuperare questa funzione è vitale, poichè le disuguaglianze crescono: tra generazioni, territori, lavori ricchi e lavori poveri, stabili e precari, intanto si è “sfracassato” quel soggetto capace di tenere insieme queste fratture, con il rischio di una competizione al ribasso: una guerra silenziosa tra poveri, ovvero, chi ha poco e chi ha pochissimo.


Il sindacato nella sua vocazione originaria, dovrebbe tenere insieme senza omologare, dare voce a una pluralità di condizioni senza ridurle a una sola, dovrebbe essere quel luogo dove le differenze non diventano barriere, ma risorse per costruire un “noi” più ampio.


Digitalizzazione, transizione ecologica, invecchiamento demografico sono processi non negoziabili, accadranno comunque, ma chi pagherà il costo del cambiamento?


Senza mediazione sociale, lo pagheranno: lavoratori, formazione, ricollocazioni, trasformare transizioni inevitabili in transizioni giuste. fragili, giovani, periferie ed è qui il sindacato ha la sa missione più alta: negoziare il cambiamento non bloccarlo con la missione di stabilire tempi, tutele e trasformare transizioni inevitabili in transizioni giuste.

Oggi al sindacato è chiesto un passo ulteriore: esercitare la propria autonomia come soggetto politico, non come partito, la voce della società del lavoro.


Il Sindacato non può essere neutrale su scelte che riguardano lavoro, welfare, industria, formazione, transizioni tecnologiche ed ecologiche, guerra e pace.

Autonomia sindacale significa assumersi la responsabilità di dire “noi”, portando dati, esperienza, visione.

Un sindacato forte non è quello che urla: è quello che argomenta, che propone, che costruisce.


Come tutte le istituzioni nate nel Novecento, anche il sindacato deve rinnovarsi profondamente: parlare ai giovani, ai precari, ai freelance, ai lavoratori delle piattaforme deve aggiornare linguaggi, strumenti, partecipazione deve stare nei luoghi digitali del lavoro, non solo in quelli fisici deve offrire servizi, formazione continua, supporto nelle transizioni.


Quando il lavoro cambia serve qualcuno che tenga insieme la società mentre cambia.

Senza corpi intermedi forti, la società si polarizza: decisioni calate dall’alto da una parte, conflitti esplosivi o individualismo estremo dall’altra. In mezzo, il vuoto.

Il sindacato è uno degli strumenti che le democrazie hanno costruito per impedire che il vuoto sociale diventi abbandono.


Il lavoro non è solo una relazione tra individuo e impresa: è il cuore del patto sociale.

Per questo, mentre il lavoro cambia pelle, non possiamo permetterci di perdere la voce che lo rappresenta, possiamo trasformarla, aggiornarla, renderla più inclusiva, ma non possiamo farne a meno. il futuro del lavoro non si giocherà solo nelle aziende o nei laboratori di ricerca, si giocherà anche nei luoghi della rappresentanza, della contrattazione, della mediazione sociale, senza un sindacato capace di rinnovarsi e di esercitare la propria autonomia, si rischia di affrontare il più grande cambiamento degli ultimi decenni senza uno degli strumenti fondamentali per renderlo giusto.

Alfredo Magnifico

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