Avere un lavoro non basta a vivere in modo dignitoso
Si parla di lavoro povero quando avere un impiego non basta a vivere in modo dignitoso, le cause sono due, spesso intrecciate: paghe orarie troppo basse e poche ore o settimane lavorate, tra part time involontario, contratti brevi e stagionalità.

L'articolo 36 della Costituzione recita: chi lavora ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e comunque sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Le sentenze di ottobre, della Cassazione hanno chiarito che il giudice parte dal contratto collettivo nazionale, ma può discostarsene, anche d'ufficio, se la paga viola i criteri di proporzionalità e sufficienza, persino quando il contratto è firmato dai sindacati più rappresentativi.
Il caso riguardava i servizi fiduciari, con minimi di circa 930 euro lordi al mese a tempo pieno.
Il decreto-legge 62/2026 (noto come Decreto Primo Maggio), convertito dalla legge 112/2026, definisce "salario giusto" il trattamento economico complessivo dei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, lega a questo parametro gli incentivi pubblici all’occupazione e rende obbligatorio il codice del contratto in busta paga, però non viene fissata una soglia invalicabile, va accompagnato da un salario minimo legale e da una legge sulla rappresentanza.
Nel 2024, oltre 4 milioni di persone lavoravano e guadagnavano meno di 12mila euro lordi l'anno, mentre nel 2026 il 47,5% dei dipendenti resta sotto i 13.950 euro annui, il 60% della retribuzione mediana, nel Sud e nelle Isole la quota supera il 61%, nel turismo arriva al 71%, le donne sono le più colpite.
La Caritas nel suo Rapporto 2026 registra che quasi un assistito su quattro ha un'occupazione: nel 2015 erano il 13,3%.
Il primo passo è controllare la busta paga: quale contratto collettivo viene applicato, se il livello di inquadramento corrisponde alle mansioni svolte e se le ore lavorate, gli straordinari e le mensilità aggiuntive sono calcolati correttamente.
Conviene verificare la correttezza del lavoro, la giustezza del salario e del rapporto di lavoro e muoversi tempestivamente: i crediti di lavoro si prescrivono in cinque anni.
Con la sentenza 26246/2022, la Cassazione ha stabilito che, in determinate condizioni, il termine decorre dalla fine del rapporto di lavoro, se emergono irregolarità, le possibilità sono diverse: si può tentare una conciliazione, segnalare la situazione all'Ispettorato nazionale del lavoro oppure presentare un ricorso al giudice del lavoro.
È importante verificare la propria posizione previdenziale, con un patronato si può controllare l'estratto conto contributivo Inps e accertare che i contributi siano stati versati correttamente.
Salari bassi e ore di lavoro non dichiarate possono ridurre l'importo della pensione futura, a questo si aggiunge che i contributi non versati sono soggetti, in linea generale, a una prescrizione quinquennale.
Alfredo Magnifico



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