Sanità/ La priorità: prevenire l’emergenza e non seguirla

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Passato il vento della solidarietà, sulla sanità molisana, o meglio sulla gestione della sanità molisana, sono calati venti minacciosi e si sono iniziati ad alimentare dubbi non chiariti. Non torneremo sulla diatriba tra il commissario ad acta, Giustini e il presidente Toma, o ancora tra il primo ed i vertici dell’Asrem sul cosiddetto ‘caso-Larino’, i rimpalli di responsabilità le lettere minacciose ed altro ancora. Quello che preoccupa adesso è sapere che il Molise, pur essendo ufficialmente zona gialla, ha l’indice di contagio più alto in Italia e capire come possa essere accaduto nella regione che pochi mesi addietro era presa ad esempio al contrario, cioè per il contagio basso. In verità tecnicamente non saremmo più zona gialla ma gialla-plus il che, se non fosse per la drammaticità dell’argomento, farebbe pensare all’etichetta di qualche farmaco, giusto per restare in tema sanitario.

Vediamo qualche dato. In Italia dal 1 novembre al 1 dicembre si sono registrati il 31% del totale di tutti i decessi da coronavirus dall’inizio della pandemia; in Molise la percentuale nel periodo è stata più del doppio. La regione che di fatto aveva avuto un’incidenza di decessi, ma anche di contagi, bassissima nella prima ondata è stata travolta dallo tsunami della seconda. E ancora. I ricoveri ordinari sono cresciuti in un mese in percentuale astronomica: 204 nuovi ingressi Covid nella struttura ospedaliera molisana, che si è per il momento ‘salvata’ dall’esubero di malati solo grazie alle dimissioni, che pure sono state una novantina. In linea teorica direi che se si è passati dal Paradiso alle soglie dell’Inferno vuol dire che i comportamenti collettivi non sono stati esemplari; c’è stata sottovalutazione del problema da parte delle istituzioni politiche e sanitarie, ma anche un comportamento da ‘tana libera tutti’ da parte di troppe persone, evidentemente non solo nel periodo estivo ma anche in seguito. Ma ci sono state probabilmente anche decisioni sbagliate a monte. E su questo dirò la mia.

Ora, premesso che chi scrive ha sempre sostenuto la necessità (non da adesso ma da quando si è iniziato a porre il problema, cioè mesi addietro) della netta separazione tra malati Covid e non Covid, ma fatta separando proprio le strutture sanitarie e spostando i primi a Larino, non sarà quello l’unico tassello mancante al coordinamento e controllo della situazione sanitaria e pandemica in particolare. Si avverte in tutto un clima di generale scoramento e si ha l’impressione che la conseguenza si trasformi in decisioni prese di volta in volta, sull’emergenza del momento, senza avere un piano di media lunga durata. Il Cardarelli è in evidente stato di affanno: i turni a cui sono sottoposti sanitari, paramedici e anche il personale non sanitario sono mediamente massacranti e alla lunga possono togliere lucidità e quindi vanno riportati subito ad una dimensione ‘umana’, perché si parla della salute della gente.

I concorsi sono stati solo parzialmente espletati ed alcuni rinviati per dei problemi nelle procedure, la situazione di emergenza avrebbe richiesto pratiche veloci ed in deroga ai tempi normali, ma tutto questo afflusso di medici ed infermieri pronti alla nuova esperienza lavorativa non si è visto. Ci si affida, per il momento in cui l’emergenza sarà ancora maggiore, a tutte le strutture periferiche della sanità, che però sono distribuite a macchia di leopardo su territorio; si ricaveranno tre posti da una parte, cinque dall’altra e pochi altri da altre parti ancora. Sarà tutto difficoltoso e già lo è in buona parte perché si rincorre l’emergenza e non la si anticipa. Insomma: deve succedere qualcosa per prendere provvedimenti e non si prevede che succederà. Sarà un’impressione personale, ma credo che sia collettiva, visto che la lamentela viene da più parti, siano esse politiche, tecniche o sindacali.

L’impressione è che la situazione stia sfuggendo di mano e che bisognerà trovare soluzioni che permettano, ad esempio, di avere decine di posti letto utili alla bisogna in qualunque momento e possibilmente non divise in cinque-sei strutture diverse e lontane tra loro. Andrà bene il centro Covid, andrà bene l’ospedale da campo, ma andranno bene se saranno attivati entrambi e in tempi ragionevolmente rapidi, perché con questi trend di infezione non sarà possibile aspettare mesi per correre ai ripari, perché il virus sembra essere purtroppo un corridore instancabile che non aspetta chi rimane indietro.

All’orizzonte ci sono le aperture dei varchi di sicurezza per il periodo prenatalizio, dovute per non far crollare un’economia che langue. Voglio sperare in una presa di coscienza ed in comportamenti corretti da parte dei molisani: ma nel dubbio sarà meglio prevenire l’ennesima emergenza, almeno questa volta. Quello che potrebbe accadere nel caso di ennesima sottovalutazione del problema non voglio neanche immaginarlo.

Stefano Manocchio

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