Una legge, sul salario minimo, può aiutare la contrattazione collettiva

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In teoria “La contrattazione Collettiva attraverso l’esercizio della rappresentanza è uno dei momenti di partecipazione sociale di lavoratori e imprenditori associati che, attraverso i corpi intermedi definiscono le condizioni dei loro rapporti di lavoro a partire dalle condizioni economico-sociali contingenti”, teoria forse vera e condivisibile, la pratica è che questo ”cerimoniale” troppo spesso si scontra con una prassi; diversa, più complessa, articolata e problematica.

Il problema di fondo è la rappresentatività delle organizzazioni dei datori di lavoro e, soprattutto, delle organizzazioni sindacali che stipulano i contratti collettivi.

Siamo certi che i sindacati (specialmente i sindacati più noti sul pano nazionale) siano realmente rappresentativi delle istanze di tutti i lavoratori?

Siamo proprio sicuri che le stesse rappresentanze sindacali dei datori di lavoro e degli imprenditori, siano in grado di comprendere le esigenze di un mercato del lavoro in rapidissima evoluzione, che chiede sempre più flessibilità, fungibilità e disponibilità dei dipendenti a crescere a formarsi a cambiare mansioni, orari e luoghi di lavoro.

Questa disponibilità a volte non basta e si terziarizza, quella stessa manodopera che come spugna ha assorbito tutto, a cooperative spurie con norme cripticamente scritte nei contratti,che a nessuno dei lavoratori è stato mai spiegato?

Un vero censimento pubblico non esiste, i dati disponibili in materia di iscritti al sindacato sul totale della popolazione di lavoratori attivi in Italia sono pochi e vecchi, in alcuni casi gonfiati, la mia più che quarantennale esperienza mi porta a dire che; sono sempre più le aziende, anche con ben più di 100 dipendenti, non hanno una rappresentanza sindacale interna e spesso i dipendenti ritengono di poter meglio tutelarsi in un rapporto diretto con i propri superiori gerarchici e con l’imprenditore, magari con l’aiuto di avvocati.

I giovani e soprattutto tra i lavoratori non assunti a tempo indeterminato hanno la convinzione che il metodo migliore per ottenere un aumento di stipendio e una progressione di carriera sia il duro lavoro, la formazione, il rapporto con i superiori gerarchici e l’abilità del cambiare lavoro trovandosi al posto giusto nel momento giusto.

Mi è spesso capitato da funzionario sindacale di non aver mai avuto contatti con aziende,se non attraverso consulenti, che mi chiedevano di firmare accordi sindacali necessari per ottenere la cassa integrazione o per permettere ai lavoratori di avere la detassazione sul premio di risultato, quando chiedevo di poter avere un’agibilità sindacale, spesso sparivano, sono certo che qualcun altro più flessibile li abbia firmati senza troppe domande, idem in epoca di pandemia ho sostenuto la stessa cosa in sede regionale, a che serve l’accordo sindacale per il dipendente dell’aziende di uno, due, tre dipendenti che chiede l’accesso alla Cassa integrazione per Covid?.

Spesso mi chiedo perché? Che tutela dà a questi dipendenti, la funzione notarile di apporre un timbro di un’organizzazione sindacale che nemmeno li conosce sulle regole per accedere alla Cigs o percepire il bonus di fine anno?

Riflettendo su questi temi mi domando se sia corretto costringere le aziende e, a volte, gli stessi dipendenti a sottostare a rigidi schemi contrattati e decisi da persone a cui non hanno dato alcun tipo di mandato.

La contrattazione collettiva, che ha tantissimi meriti nella storia della tutela dei diritti dei lavoratori, ha prodotto anche contratti collettivi, perfettamente validi, che nel tempo hanno tolto diritti o hanno previsto minimi salariali pari a meno di 800 euro lordi al mese (Ccnl del turismo e CCNL dei servizi fiduciari, firmato da Cgil, Cisl e Uil).

Forse stabilire diritti minimi e un minimo salariale per legge, riparametrato al costo della vita, potrebbe permettere di fissare una retribuzione minima da garantire a tutti i lavoratori, non solo dipendenti, offrendo così tutela a tutte le forme di lavoro, e semplificando le attività di verifica e controllo sia da parte dell’ispettorato del lavoro che da parte delle stazioni appaltanti, delle capogruppo, dell’Inps e dell’Inail, anche con l’utilizzo di sistemi informatici.

Questo potrebbe poi aiutare a valorizzare la contrattazione collettiva come migliorativa delle condizioni minime stabilite dalla legge e, in una dinamica realmente sussidiaria, nelle situazioni in cui c’è reale rappresentatività delle organizzazioni dei lavoratori.

Alfredo Magnifico

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