Censis, il sistema Italia: “Una ruota quadrata che non gira”

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Nel 54esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese Censis elabora la tesi secondo cui “Il sistema-Italia è una “ruota quadrata che non gira e avanza a fatica, suddivide ogni rotazione in quattro unità, con un disumano sforzo per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti.”

In quest’anno Horribilis, della paura nera, l’epidemia ha squarciato il velo sulle nostre vulnerabilità strutturali: il re è nudo, ha vinto la logica; “meglio sudditi che morti”.

La nostra caratteristica individualista si è rivelato il migliore alleato del virus, con i problemi sociali di antica data, con la rissosità della politica e dei conflitti inter istituzionali in poche parole l’Italia si è riscoperta “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza”.

Il virus ha colpito una società già putrefatta, quest’anno siamo stati incapaci di visione, la speranza di crescita si prefigura come un misero borbottio di annunci, già troppe volte pronunciati: un sentiero che rischia il precipizio piuttosto che un’alta via.

L’istituto, calcola che sono stati trasferiti, mediamente, 2.000 euro a testa ad un quarto della popolazione, si ingrossa il risparmio precauzionale: +41,6 miliardi in sei mesi, pensando che “così la famiglie si immunizza dai rischi”, si acuisce la frattura tra garantiti e non garantiti, che ora temono la discesa agli inferi della disoccupazione.

A pagare il conto sono, soprattutto, giovani e donne, per loro già persi quasi 500.000 posti di lavoro, solo il 13% è pronto a rischiare aprendo un’impresa, tra antichi risentimenti e nuove inquietudini, spuntano i favorevoli alla pena di morte, sono il 44% degli italiani.

Privi di un capo di governo alla Churchill a fare da guida nell’ora più buia, che sia capace di essere il collante delle comunità, il nostro modello individualista è diventato il migliore alleato del virus, insieme ai vecchi problemi sociali, alla rissosità della politica e ai conflitti tra le istituzioni.

Uno degli effetti provocati dall’epidemia è di aver coperto, sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme, le nostre annose vulnerabilità, i nostri difetti strutturali, del tutto evidenti, nelle debolezze del sistema, pronti a ripresentarsi il giorno dopo la fine dell’emergenza più gravi di prima.

Il 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente, che porta alla dicotomia ultimativa: “meglio sudditi che morti”, lo Stato è il salvagente a cui aggrapparsi nel massimo pericolo.

Il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa no, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale.

Il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni.

Il 77,1% chiede pene severe per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento.

Il 76,9% è convinto che chi ha sbagliato nell’emergenza, che siano politici, dirigenti della sanità o altri, deve pagare per gli errori commessi.

Il 56,6%, chiede addirittura il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena.

Il 31,2% non vuole che vengano curati (o vuole che vengano curati solo dopo, in coda agli altri) coloro che, a causa dei loro comportamenti irresponsabili, si sono ammalati. E per il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro.

Oltre al ciclopico debito pubblico, le scorie dell’epidemia saranno molte.

Tra antichi risentimenti, nuove inquietudini e malcontenti, si scopre che quasi la metà degli italiani (il 43,7%) è favorevole alla reintroduzione nel nostro ordinamento della pena di morte, il dato sale al 44,7% tra i giovani.

Alfredo Magnifico

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